La lingua-roccaforte di Umberto Valentinis


Una nuova traduzione di Salustri. La recensione di Nelvia Di Monte

Risale al 1968 la prima pubblicazione della  raccolta di poesie Salustri, “un lungo e doloroso monologo” di cui Andreina Ciceri, nella introduzione, sottolineava “la singolarità e novità dei suoi esiti”. L’attuale edizione (Kappa Vu, Udine 2014) rende ora disponibile un’opera fondante della letteratura in friulano del Novecento.

 
A Stefano Rizzardi si deve la nuova traduzione, in un percorso condiviso e dibattuto con l’autore, ma senza rinunciare ad una propria prospettiva. Obiettivo arduo da raggiungere con la poetica di Valentinis, connotata da complesse intersezioni di paesaggi fisici e  riferimenti interiori, sfuggenti evocazioni, oniriche presenze, nichilistiche riflessioni. Lo stesso traduttore segnala questa difficoltà, che assume i toni di “un duello aspro con un Senso spesso renitente, intrattabile, ancoratissimo al suono della sua lingua, un friulano stracarico di forza espressiva, ma anche, a volte, escludente, ruvido. Una lingua-roccaforte”. Una poesia connaturata ad un luogo (Artegna, nella Carnia, paese degli anni decisivi dell’infanzia) e ad una lingua materna che – come il poeta espliciterà nella silloge Disincjants – gli sembrava più vicina “alla sostanza segreta delle cose, e la sola capace di custodirne e di garantirne la verità”.
 
Il microcosmo di Salustri è un mondo contadino circoscritto e delineato in modo realistico, da cui giunge un invito, forse un imperativo: “Scolte a madressi il timp/ tai orts ch’e sfuein/ a planc il cûr des ombres” (Ascolta il tempo che matura/ negli orti che sfogliano pian piano/ il cuore delle ombre). Tuttavia questo paesaggio ‘locale’ è sospeso in una prospettiva metafisica e straniante: circondato dal cielo spesso nuvoloso, avvolto dai chiaroscuri lunari, agitato dal vento e attraversato da acque inquiete, diviene uno spazio instabile dove si sgretola quanto è costruito dall’uomo (nei muri diroccati, nei solai con i graticci sfondati, nella solitudine di stanze abbandonate...), si disfano le stagioni e si percepisce l’intima corrosione che risuona dalle “maseries/ che il timp cence padin/ al folcje/ tal fonts da l’anime” (macerie che incessante/ il tempo stipa giù,/ nel fondo dell’anima).
Valentinis ha una particolare abilità nel fondere elementi fisici di quel mondo contadino –  ormai in via di estinzione – con elementi esistenziali, creando analogie da cui scaturiscono immagini indelebili (“risorgive fonde di altre vite”, “tini del silenzio”, “strame del malumore”), lontane da qualsiasi cedimento alla nostalgia, perché non c’è possibilità di ritorno. Sono lûcs sparîz, luoghi ormai scomparsi e il loro destino è di restare ancora per poco in bilico sul confine della memoria, lì dove le coglie la poesia come si capta un incei, un abbaglio di ciò che è stato, di ciò che si è stati,  nel riflesso di uno specchio quando “sul fondo appare/ il tuo volto più vero: scorza/ di un tempo asciugato/ tutt’intorno/ ad un respiro di ombre”. La riflessione sulla finitudine della vita e delle cose interseca il desiderio che ci sia una pausa di senso nell’incessante divenire, un momento di quiete e di luce nel fluire delle ore su una terra “ch’e disfe il svûl, la piere, il cuarp avûal...” (che ugualmente disfa/ il volo, la pietra, il corpo...). Ma è un perdurare effimero, che si attua unicamente tramite le parole, fino a  “quando il tuo/ verde Friuli giù a fondo/ cadrà nel silenzio”.
 
Nasce qui, dentro irrisolvibili contraddizioni, la suggestione di una poesia così intensa, che a cinquant’anni dalla prima pubblicazione conserva tutta la sua drammatica contemporaneità. Con il suo pessimismo esistenziale, con tonalità espressioniste e simboliste che diramano dalle più significative correnti mitteleuropee, Valentinis ha dato sembianza ad una realtà finita e illusoria che tuttavia si sente ancora viva e pulsante, in grado di sprigionare tutta la forza ancestrale, fisica ma inesplicabile “clamanti come in sium/ jerbe aghe stele/ la gherbe marivèe/ di jessi vîf”  (che ti chiama come/ in sogno: erba, acqua, stella/ la meraviglia aspra/ di essere vivi).
 
Umberto Valentinis Salustri (Kappa Vu edizioni, Udine 2014) 
 
Nelvia Di Monte
 

 
2015-06-17