Lingue a confronto


Recensione di Ombretta Ciurnelli a "Con la stessa voce.Antologia di poeti dialettali" traduttori

Con la stessa voce è un’antologia curata da Piero Marelli e Maurizio Noris che raccoglie  traduzioni di poeti dialettali: 21 sono i poeti traduttori, 31 quelli tradotti, in una polifonia che mette insieme più di 40 lingue.

Le regioni italiane da cui provengono i traduttori sono 10; quella con il maggior numero di presenze è la Lombardia, con sei poeti, seguono la Romagna con tre, il Friuli, il Veneto, la Puglia e la Sicilia con due, il Piemonte, il Lazio,la Campaniae la Calabria con una sola presenza.
Tra gli autori tradotti, insieme a poeti italiani scelti tra il Duecento e l’Ottocento (da Jacopo da Lentini a Dante, da Michelangelo a Leopardi), ci sono poeti di paesi europei (Grecia, Francia, Spagna, Germania Romania, Inghilterra) ed extraeuropei (Stati Uniti, Nicaragua, Giappone, Russia, Persia, India).
Il poeta più lontano nel tempo è Catullo (84-54 a. C.), seguono scrittori dell’XI secolo (Ibn Hamdis), del XIII (Jacopo da Lentini e Gialâl Ad-Dîn Rûmî), del XV (François Villon), sette poeti giapponesi autori di haiku (dal XVII al XIX secolo), ma la maggior parte dei poeti scelti si colloca tra Ottocento e Novecento.
 
L’antologia raccoglie più di settanta traduzioni; c’è chi ha tradotto un testo di un solo autore (come Nino De Vita con “Il sabato del villaggio”di Leopardi), chi testi di più poeti, movendosi in contesti culturali e letterari diversi, come Ivan Crico, che sceglie dalla poesia tedesca (F. Holderlin e J. W. Goethe), greca (K. Kavafis) e persiana (Gialâl Ad-Dîn Rûmî), mentre il catanese Renato Pennisi opta per un percorso tutto regionale: il poeta arabo-siciliano Ibn Hamdis, Jacopo da Lentini e lo scrittore catanese  M. Rapisardi. La maggior parte dei traduttori ha scelto un solo poeta, come, ad esempio, Piero Marelli e Giancarlo Consonni che hanno scelto A. Machado, Vincenzo Mastropirro e Fernando Grignola che hanno tradotto F. García Lorca; ci sono poi Fabio Franzin con il russo S. Esenin, Nevio Spadoni con il nicaguarense R. Darío, Ferruccio Giuliani con E. Dickinson, Alfredo Panetta con il rumeno Eminescu, Renzo Favaron con François Villon, ecc.
Poche le presenze femminili sia tra i traduttori (sono solo due le poete: Maddalena Capalbi e Laura Turci), sia tra i poeti tradotti, in cui compare soltanto Emily Dickinson.
Ci sono anche poeti che hanno tradotto la stessa poesia: il friulano Crico e il romagnolo Gabellini hanno scelto “Κεριά” di Kavafis,  il pugliese Mastropirro e il ticinese Grignola “Memento” di García Lorca.
 
Come risulta da queste osservazioni, non è facile trovare in Con la stessa voce un fil rouge cronologico, geografico o tematico che leghi insieme i testi antologizzati, perché le scelte dei traduttori sono dettate da frequentazioni letterarie personali. Il lettore è avvertito di ciò nella Prefazione: «ogni autore-traduttore […]  ha lavorato a partire da motivazioni proprie interpretando l’opportunità con la massima libertà di scelta» nell’esprimere «atti d’amore» ritenuti importanti nella propria formazione.
 
I curatori hanno dedicato l’antologia al poeta campano Achille Serrao con queste affettuose parole: «Achille è stato per noi un esempio di dedizione alla poesia e un amico che ci ha più volte consigliato, spronato, sempre con generosità e attenzione verso il lavoro nostro e di molti altri. Questo, tra tante altre cose, resta il più bel ricordo della sua fiera e significativa presenza nella poesia dialettale di questi ultimi decenni. Ad Achille gli abbiamo voluto bene.»
Di Achille Serrao, che apre l’antologia, sono riportate le bellissime traduzioni nel dialetto di Caivano di cinque Carmi di Catullo, apparsi in Semmènta vèrde (Semenza verde). Poesie in dialetto campano, 1990-1995 (Roma, L’Oleandro, 1996).
 
Carl Bertrand, uno scrittore tedesco della seconda metà dell’Ottocento, traduttore de La Divina Commedia, sosteneva  che «le traduzioni sono come le donne. Quando sono belle non sono fedeli, e quando sono fedeli non sono belle.» Ma in una traduzione poetica dove cominciano e dove finiscono fedeltà e infedeltà?
Una misura difficile da definire, anche pensando alle parole di Madame de Stael che nel suo articolo sulle traduzioni (Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni), apparso sulla “Biblioteca Italiana” nel 1816,  sosteneva che «non si traduce un poeta come col compasso si misurano e si riportano le dimensioni d’un edificio; ma a quel modo che una bella musica si ripete sopra un diverso istrumento: né importa che tu ci dia nel ritratto gli stessi lineamenti ad uno ad uno, purché vi sia nel tutto una eguale bellezza.»
Siamo anche convinti che ogni traduttore cerchi di contraddire quanto afferma il poeta statunitense Robert Frost (1874-1963): poetry is what gets lost in translation (la poesia è ciò che si perde nella traduzione).
Ricordiamo anche che sulla traduzione in dialetto si è espresso Eugenio Montale in un articolo apparso sul “Corriere della Sera” (La musa dialettale – 15 gennaio 1953): «In due modi, quando si è uomini di cultura, si può essere dialettali: o traducendo dalla lingua, giocando sull’effetto di novità che il trasporto può imprimere anche a un luogo comune o ricorrendo al dialetto come a una lingua vera e propria, quando la lingua sia considerata insufficiente o impropria a una ispirazione. Il secondo caso è il più valido e interessante; ma i due modi possono essere presenti nell’interno dello stesso  poeta, anzi lo sono quasi sempre. E non è detto che il primo caso non possa dare risultati poetici perché tradurre poesia è uno dei possibili modi di far poesia originale.»
 
In poesia si parla di “semantizzazione del significante”, perché sono i suoni stessi delle parole che spesso veicolano significati, oltre il loro valore referenziale; ma nella traduzione, che mantiene in gran parte le strutture semantiche, ai suoni del testo originale si sostituiscono nuovi suoni, nuovi timbri, nuovi ritmi e velature e possono crearsi diverse e impensate reti fonosimboliche. Così accade che, in una dimensione di “ineludibile infedeltà”, si ri-crei poesia, come in un gioco di specchi che riflettono immagini in modo deformato. È un po’ come dire a un amico poeta: «Prestami le tue idee, fammi rubare i tuoi “colori”, concedi che io mi rispecchi nella tua visione del mondo… ma lascia che con i suoni della “mia” lingua io crei una nuova poesia!»
Proviamo soltanto a immaginare a quali differenti esiti musicali potrebbe giungere una stessa lirica di un qualunque poeta, italiano o straniero, tradotta in alcuni dialetti del nostro paese caratterizzati da suoni duri, aspri e terrosi, oppure in altri vibranti di sonorità e di sinuose dittongazioni!
 
In questo breve spazio non è possibile dar conto della ricchezza poetica e dell’originalità di molte scelte, anche  perché non avremmo le competenze linguistiche per capire come i poeti siano stati tradotti o, per meglio dire, “cis-dotti”, cioè portati dentro di sé, attraverso i suoni della propria lingua.  
Ma, dopo aver letto questo originale volume, come dimenticare la particolare tenerezza dell’incipit del Carme II di Catullo, tradotto da Achille Serrao: Aucelluzzo, addecrìo d’’a piccerélla 
(Passer deliciae meae puellae), oppure la musicalità dell’inno all’amore del Carme V: E quanno ’e vase sarranno millanta / che ’mbruoglio doce, Lesbia
 / i’ nun ’e cconto chiù, tu nun ’e ccunte / nisciuno adda sapè pe’ bonasciòrta 
’e vase che m’hê dato (dein, cum milia multa facerimus, / conturbabimus illa, ne sciamus
 / aut ne quis malus invidere possit,
/ cum tantum sciat esse basiorum)?
E come non ricordarsi de ’A picciuttedda veni
 / rammezzu ’i terri / ammentri
chi sta cuddannu ’u suli, (La donzelletta vien dalla campagna / In sul calar del sole) nella traduzione di Nino De Vita? Dell’incipit de “Il sabato del villaggio” di Leopardi abbiamo letto traduzioni in francese (La jeun fille revien du fond des champs / Au déclin du soleil), in spagnolo (A la puesta del sol, la alegre niña / torna de la campiña), in inglese (The young girl comes from the fields / about the set of sun), ma mai la “donzelletta” ha trovato una tale compiutezza di significante e significato come nella picciuttedda di De Vita.
Ci ha anche incuriosito il raffronto tra le due versioni della lirica “Memento” di García Lorca realizzate da Mastropirro e da Grignola. Ci limitiamo alla prima terzina che in Lorca suona così: Cuando yo me muera, / enterradme con mi guitarra / bajo la arena (Quando morrò / seppellitemi con la mia chitarra / sotto l’arena – traduzione di Carlo Bo); nel pugliese di Ruvo (BA) diventa Quanne Criste me chiòme, / prequàteme cu la chetàrra maje / sotta tièrre, mentre nel dialetto ticinese di Agno risuona in questo modo: Quand ch'a sarò mòrt, / soteremm / cun ra mè ghitàra / sóta ra sàbia. Oltre alle differenze lessicali e interpretative si possono immaginare anche quelle che derivano dai diversi tratti prosodici propri dei due dialetti.
Una traduzione ripete “con la stessa voce interiore”  temi e motivi della poesia di un poeta, ma “con altre voci” può creare echi impensati e nuove e imprevedibili musicalità, in una ammaliante polifonia di suoni.
 
Con la stessa voce.Antologia di poeti dialettali traduttori, a cura di 
Piero Marelli e Maurizio Noris, Falloppio (CO), 2015
 
Ombretta Ciurnelli
 
21 aprile 2015