Un altro Veneto. Poeti in dialetto tra Novecento e Duemila


La recensione di Davide Pettinicchio

 L’antologia Un altro Veneto. Poeti in dialetto tra Novecento e Duemila propone un’intensa escursione nella più recente poesia in dialetto veneto, abbracciando integralmente la seconda metà del Novecento e giungendo ai nostri giorni, senza precludersi alcuni significativi affondi nella produzione in prosa e in italiano di autori che non si comprenderebbero appieno qualora se ne considerasse la sola attività lirica in dialetto. Il panorama che emerge è quanto mai ricco e vitale: colpisce, in un volume dalle dimensioni piuttosto contenute, il numero elevato dei poeti selezionati, ben sedici, quasi tutti caratterizzati da una notevole lucidità teorica e programmatica, grazie alla quale si mantengono le distanze dalla tentazione, spesso riscontrabile in ambito dialettale, di un’acritica sopravvalutazione delle potenzialità espressive dello strumento linguistico impiegato. Non può sfuggire, inoltre, il dinamismo di un quadro culturale contraddistinto da un fitto intreccio di scambi e contatti, nonché da un’indubbia capacità d’organizzazione: l’incontro virtuoso di mondo editoriale, circuiti letterari e singole voci poeticheè del resto testimoniato in primo luogo dallo stesso libro in questione, «nato dalla collaborazione tra un critico specializzato nelle letterature dialettali, un poeta che ha riposto nel dialetto il proprio codice d’elezione e un editore poeta, appassionato dei dialetti d’Italia» (dalla quarta di copertina). Di ogni autore presentato i due curatori offrono una trattazione introduttiva, volta a inquadrarne  poetica, temi dominanti e modelli d’ispirazione; si presta anche la dovuta attenzione alla varietà dialettale impiegata, in modo da valorizzare l’articolato differenziarsi di scelte mai scontate in scrittori che, alla ricerca di una propria, personalissima lingua della poesia, si sono spesso rivolti a idioletti intensamente connotati le cui ragioni non si esauriscono nei termini della semplice provenienza geografica. Un ulteriore complemento informativo è rappresentato, oltre che dalle traduzioni che accompagnano quasi tutti i testi, dalle schede biografiche che chiudono ogni sezione.

 Se un simile tour de force in una pluralità di concezioni e atteggiamenti sarebbe potuto risultare quanto meno disorientante per un lettore sprovvisto di competenze specialistiche, l’utile Premessa e, prima di essa, una selezione accurata del materiale antologizzato mettono adeguatamente in risalto l’intima coesione dello scenario offerto: al fondo di esso avvertiamo sempre stagliarsi, infatti, l’esperienza dello sradicamento e della disgregazione di ogni nucleo di significatività che contraddistingue il vivere contemporaneo. In questo senso il Veneto, travolto dai processi della seconda industrializzazione e lacerato nei suoi tessuti comunitari tradizionali, è immagine e metafora di un universo che si è scoperto inabitabile e frantumato, nel quale l’individuo appare condannato a uno sterile isolamento solipsistico. In siffatto paesaggio immaginale desertificato e impoverito, dove campeggiano inerti i relitti di una civiltà contadina tramontata per sempre (cfr. L. Cecchinel, La caèra rebandonađa: «par che la caèra vođađa / la é cativa / fa la malađi×ion / de na mare đrio ’ndar / e la polvera la é sol pólvera / la é ortighe le é ortighe e l’é come / se gnesuni fuse vegnest qua su / sote i caveđai đe le stele») e imperversa ovunque l’oscena promisquità di consumismo e miseria (emblematici i Magi, messajeri di F. Franzin: «I passa pa’ i nostri paesi, in sèa / de calche bicicletina da bòce / tràdha su da chissa che discarica» a portare «[...] un paco de publicità / dea Trony, dadrìo, tel zhestìn, / svendite de un calche magazìn»), si concretizza un vissuto di drammatica perdita. Questo può esprimersi in maniere estremamente variate: si va dai silenzi e dall’impossibilità di un’espressione dialettale libera e priva di mediazioni culturali di Munaro, cui una serie di originari traumi individuali sembra aver precluso una piena riconquista del codice più intimo e autentico, alla protesta rabbiosa e urlata di Casagrande, inflessibile e mai rassegnato osservatore dell’imperversare del negativo; o ancora, dalle sperimentazioni intellettualistiche di Calzavara, proteso alla ricerca di una ricodificazione di un cosmo che non è più possibile contenere nei moduli d’ordine tradizionali, al registro fiabesco e in apparenza tutto giocato sul versante dell’emotività di Bandini, la cui poesia è costantemente insidiata da un senso di minaccia, di persecuzione immotivata e violenta. Assai degna di nota, come messa in scena del furto d’un intero universo affettivo, risulta la sua Casa voda (che del resto non è – significativamente – l’unico ambiente spogliato di ogni contenuto umano che compare nell’antologia): «I xe ndà sora i cópi e se ga messo / in scarsela le stele / che co jèro toseto / vedevo stando in leto. / [...] Xe vódo anca el granaro, i gà robà / anca i spìriti e i schiti dei colombi». Altrove, è lo stesso individuo ad andare direttamente soggetto a una diminuzione di essere, a una perdita di consistenza che lo riduce a gusciovuoto: si considerino i memorabili «nati tea fumara» di Bressan, ridotti a «butilie vuode al sole» quando nei giorni chiari si vedono «’a facja nuda».
In un simile contesto nullificante, la poesia si erge come coraggioso ed estremo atto di resistenza, innescando una serie di affascinanti storie – sedici storie, si vorrebbe dire – di ricerca d’integrazione. Essa, come «arte gratuita e disutile», espressione fragile di soggettività avvilite che non di rado ci pongono di fronte alla loro debolezza e marginalità, è di per sé riaffermazione di valore ed esigenza di senso: «[...] Chì i oci del dio ’na scura / fumara a li sconde, fadiga a se fa / ’n’tel nevis-cio a orientarse sul vero. / No’ piànzare, cara: cofà Policino / par sassiti te daremo parole / ch’a buta. Le farà un ciaro da fiuri», scrive Caniato Par la putina de Marco e Mariacristina. Si precisa allora il significato più autentico della comune scelta del dialetto, lingua interiore, endofasica, intrecciata al proprio essere piùprofondo, e al contempo lingua comunitaria, connotante un universo di valori condivisi. L’impiego di questi idiomi vergini e non compromessi con il potere si esercita però secondo modalità tutt’altro che ottimistiche, ma anzi intrinsecamente contraddittorie: giacché il dialetto è retaggio di orizzonti antropologici ormai definitivamente tramontati, proviene da una irrimediabile lontananza; esso sopravvive come voce allusiva a un valore, a un “oltre” che si sospetta perduto o non più attingibile se non in pochi effimeri istanti di subitanea rivelazione. Il suo utilizzo in un mondo che ne sembrerebbe sanzionare l’irreparabile anacronismo si lega alla propria connaturata “prensilità”, alla disposizione a raccogliere e legare insieme, quasi che solo una parola-cosa possa favorire, anche dopo la scomparsa dei propri referenti tradizionali, un riavvicinamento al mondo vitale quotidiano. La poesia può tornare così a proporsi come strumento di autocoscienza, in grado di favorire la riemersione di un rimosso da intendere in senso propriamente psichico (si considerino, per esempio, gli esiti più onirici della produzione di Zanotto), ma anche storico-sociale: rimane infatti vitalissima – si pensi, tra gli altri, a Minetto e Pascutto – una vena civile spesso declinata come epopea dei subalterni e votata al confronto con un passato segnato da logiche oppressive e da tragedie collettive inespresse. A questo livello, dunque, si riacquista la dicibilità della storia come catastrofe e del vivere come dolore, giacché in filigrana si coglie costantemente, rinvigorita dalle inquietudini della modernità, l’antichissima interrogazione sul problema del male: un male che questi poeti ritrovano spesso tra le pareti di un ospedale, nei corpi straziati di coloro che amano, e di fronte al quale l’unico possibile risarcimento potrebbe essere l’amara consapevolezza della condivisione di un destino. Ma il dialetto è anche capace di consegnarci le folgoranti rivelazioni di un valore, si tratti del compiersi del miracolo della giovinezza in una limpida figurazione di Longega (Xe sicuro, xe rivada primavera) o del prodigioso espandersi di una luce carica di sacralità negli scenari minimi tratteggiati da Noro (Nèvega) e Rebellato (Che miracoo ’l ciaro!). Alla frustrata e tormentosa attesa di Dio da parte di Carlo della Corte (Xe da tanto che speto) si affianca allora idealmente la tensione profetica di Tomiolo, nella cui poesia tersa e aurorale – che rappresenta probabilmente uno dei momenti più alti del volume –  si preannuncia l’imminente ritorno alla casa del Padre: «El vento vegnarà a sbregar ne l’ombra, / el sonarà fra i denti de le roste. / Trovève a l’orto che ’l Divin ve dise» («Sì, la poesia se mostra sempia e grama»). 
 

Un altro Veneto. Poeti in dialetto tra Novecento e Duemila, a c. di M. Casagrande e M. Vercesi, Roma, Cofine, 2014, pp. 144.

La recensione è apparsa su Il 996, Rivista del centro studi Giuseppe Gioachino Belli (n 1/2015), edita da il Cubo

Davide Pettinicchio

2015-04-10