Renato Pennisi, Il senso del sacro in Oratorio di Resurrezione


La recensione di Maria Gabriella Canfarelli

Bellissimo, commovente, colmo di grazia il testo in versi di Renato Pennisi, fresco di stampa, con cui la casa editrice Novecento inaugura la collana “Teatro”. Fresco, anche, di rappresentazione scenica la settimana scorsa Oratorio di Resurrezione è un poemetto ricco di sfumature organizzato in differenti registri espressivi (ogni voce denota un carattere, un’anima, un peculiare atteggiamento emotivo e mentale); poemetto sacro, cantico offerto al mondo e al tempo, all’umanità e a Cristo, alla vita, alla morte, alla luce e al buio che al mistero della Resurrezione, della rinascita -tema millenario- dedica un’orazione intrisa di dolore e meraviglia con la parola creatrice per eccellenza.
 
Quattro voci, un coro, un respiro gorgogliante, un sussurro affannoso in Introitus emergono dal Caos, dal buio fitto dal quale l’alito divino ‘del principio’, della increata scintilla originaria, informa e ordina gli elementi primordiali: Abisso senza luce fu l’origine./La materia s’accese in un fulgore.//Le galassie presero a vorticare./Parti scomposte si diedero un ordine.//Gas e polveri posti in equilibrio/così dalla distanza nacque il tempo.
E fu la vita, il primo passo dell’uomo bambino, e fu la storia del nostro umano limite; così il poeta racconta, e per noi rimemora, la Storia per bocca del miscredente e pavido Simone di Cirene, uomo che rinasce, si converte per ‘compassione’, perché profondamente turbato, sconvolto dalla sofferenza di Cristo sulla Via della Croce: vi dirò/ che sono un uomo distratto con poca/fede, anzi quanto basta per non/essere accolto con la diffidenza/di chi professa Dio che non esiste/che è soltanto un sogno un’illusione/un’ombra generata dal terrore/della morte. Ma le piaghe lo fanno/mio fratello, vacilla, trema, cade/ la croce lo difende dalla frusta.
Per Simone di Cirene, testimone del dileggio e dell’empietà nei confronti di un giusto, Pennisi dispone un serrato monologo interiore (un flusso di coscienza) che metterà in crisi quell’ “uno dei tanti, dei mille” accorsi al sacrificio, Simone l’astante incredulo: La stessa folla che gioisce del/martirio? In tre giorni dal trionfo/a questo scempio senza più rimedio?
Folgorato dalla mansuetudine degli occhi del condannato a morte, Simone porterà la croce in sua vece sino al Calvario: e Lui mi fissa ancora e mi conferma/che è un uomo buono, racconterò/la mia giornata di lacrime e pena/quando sarò tornato tra le mura/dove sono atteso, e a moglie e figli/spiegherò che sostenni sulla carne/soltanto per un breve tratto quella/croce ch’Egli s’impose, Egli innocente/per le genti e le generazioni.
Da ogni singola voce di Oratorio di Resurrezione, da ogni dialogo (La pia donna, Canto di Maddalena, Due penitenti, Giuseppe di Arimatea, I due di Emmaus, Un supplice, Piccolo coro) emergono, ritratti a tutto tondo, i tipi umani che entrano a far parte della Storia, e della vita passata e presente; tutte le emozioni, gli atteggiamenti e i sentimenti (dolore, pietà, credulità e incredulità, gioia, tenerezza, amore, pentimento,  inquietudine, desiderio di perdono, scetticismo, disperazione) sapientemente descritti in questo testo poetico potentemente evocativo sono nostri. Siamo noi, ieri come oggi, l’eterno universale che di generazione in generazione ripete se stesso.
E negli umili panni di Un supplice il poeta rivolge e affida al Tu divino la propria preghiera e speranza: A te offro la mia inquietudine/la mia irragionevolezza/il mio arretrare di fronte al mondo/(…) le mie pagine sbagliate/irrisolte ostili; e ancora: questa imperfezione /questo incedere sordo/questo pensare raggelato rarefatto/(…)/ questa lusinga questo limite; al Tu divino e all’umanità che lo cerca è dedicato il canto prigioniero/questa luce nascosta che esita/questo viaggiare nel treno che sferraglia/di stazione in stazione/(…)/questo silenzio che cresce in ogni parola che scrivo/a te offro la mia giornata/il mio correre tra le aule del tribunale/ a te chiedo giustizia/ per tutti quelli che a me si affidano.
 
Renato Pennisi, Oratorio di Resurrezione, Edizioni Novecento, 2015
 
Maria Gabriella Canfarelli
 
Renato Pennisi è nato nel 1957 a Catania, dove esercita la professione di avvocato. Attualmente dirige la rivista di letteratura La Terrazza, e collabora alle pagine culturali del quotidiano “La Sicilia di Catania”. Vincitore del Premio Eugenio Montale nel 1986, sezione inediti, con la raccolta poetica Letture senza spartito, poi inserita nell’antologia 7 poeti del Premio Montale (Scheiwiller, Milano 1987), ha successivamente pubblicato i libri di poesia La correzione del saggio (nota di Arnaldo Colasanti, Tringale, Catania, 1990), Mai più e ancora (premessa di Silvana La Spina, L’Obliquo, Brescia, 2003), e La notte (presentazione di Giovanni Tesio, Interlinea, Novara 2011). Autore anche dei libri di poesia in dialetto siciliano Allancallaria (premessa di Corrado Peligra, Prova d’Autore, Catania 2001) e Menzi storii (Cofine, Roma, 2006), La cumeta (premessa di Franco Loi, L’Obliquo, Brescia, 2009) e dei romanzi Libro dell’amore profondo (Prova d’Autore, Catania, 1999), La prigione di ghiaccio (ivi, 2002) e Romanzo (nota di Gualtiero De Santi, ivi, 2006)