Angela Bonanno e la metafora del pane


Nota di Maria Gabriella Canfarelli

Rafforza e convoglia la potente energia della parola, il dialetto aspro di Angela Bonanno. E ci offre continua opportunità di rinascita, non come unguento né balsamo cicatrizzante, ma con i punti di sutura a pelle viva, sveglia. Nel corpo (fisico-biologico della parola) rimane il segno dei tagli, smarginati lembi di carne (ne manca sempre un pezzo, sicché la sutura è disegno/percorso irregolare, toppa mal messa); tale irregolare cucitura ha valore di monito ed è un modo di perpetuare la consapevolezza (irriducibile) della inutilità di riti apotropaici per scongiurare la comparsa di nuove ferite tra le ferite più vecchie. Ciò che puntualmente avviene; tant’è che l’intera produzione di questa autrice catanese, da qualche anno approdata anche alla narrativa, si pone quale strenua e rabbiosa resistenza agli infingimenti e alle illusioni con lapidarie composizioni brevi, con invettive icastiche che emettono sentenze, punti fermi.
 
Non un dialogo, piuttosto un corpo a corpo frontale (fisico e psichico) scaturito dalla ricognizione impietosa del quotidiano e della domesticità: umorale e fattuale resistenza alle cose, ai fatti, a ciò che sta intorno e penetra nel vissuto: istanze da non eludere e la cui pervasività bisogna addomesticare con la parola, il fiato. Salutare istinto di autoconservazione nel grido-poesia che si leva come una scudisciata, e rivendicazione di auto-appartenenza: pp’arrisparmiari ciatu/’na parola m’a mangiu/e n’autra a parru: (per risparmiare fiato/una parola la mangio/e l’altra la parlo, da: Setti viti comu i jatti, 2003), versi esemplari di parsimonia, persino, della parola decisiva, soluzione che evita all’io poetante il rischio del ripensamento. Un assoluto, per Angela Bonanno, che si alimenta e rigenera in immagini e locuzioni attinte da veracità e saggezza popolari, dai modi di dire e fare delle madri, delle donne di spirito pugnace nel territorio ostile della vita. Di recente è uscito Pani schittu, libro-premio Franco Fortini edizione 2013 edito da CFR (2014, prefazione di Manuel Cohen), raccolta di liriche colma di riferimenti quotidiani e situazioni relazionali impossibili o del tutto assenti, in cui è assoluta protagonista la solitudine del pane-vita schittu, cioè ‘pane senza accompagnamento’, senza companatico, senza compagno né compagnia latu sensu. Materia impastata e resa solida dalla crosta, custode di morbidezza e fragranza quando è caldo, appena sfornato, il pane di cui scrive l’autrice è spesso duro, raffermo, non si può masticare né inghiottire.
 
Il pane è simbolica/metaforica presenza anche in Amuri e vadditi (Editrice Uni Service, 2009): non si po diri/di stu pani non nni vogghiu( non si può dire/di questo pane non ne voglio); pani munuzzato/non haiu cchi ddiri/rapu a vucca ppi mangiari (pane sbriciolato/ non ho cosa dire/apro la bocca per mangiare); e t’addulura /no a fami/ ma a vista di chiddu affucato/nt’o so pani (e ti addolora/ non la fame/ ma nel vedere lui soffocato nel suo pane); tagghiu u pani/tagghiu l’aria u iornu/mi tagghiu (taglio il pane/taglio l’aria il giorno/mi taglio). L’alimento principe è dunque parola chiave che designa tanto il corpo quanto l’alimento primario che lo nutre, soddisfa la fame o il semplice appetito, pitittu, alimento declinato in forma poetica ascritto alla necessità del nutrimento primario, al bisogno di vita, correlato ai sentimenti, al corpo, al sangue, alla parola vera: “ci sunu paroli ca non vogghiu sentiri/paroli fausi/ca non servunu a nenti”(ci sono parole che non voglio sentire/parole fasulle/che non servono a niente). La crudezza espressiva delle liriche della Bonanno non rinnega le emozioni, come sembrerebbe di primo acchito, semplicemente le esalta e le vigila e le addomestica; parola-pane vitalissima, illesa da sentimentalismi e angosce; così prorompente, il linguaggio adoperato, da indurre a pensare che il verso acuminato, mordente, con cui l’autrice affronta e risolve il dissidio interiore è strumento (leva e grimaldello) atto a scardinare reticenze, finti pudori, radicate ipocrisie.
 
Maria Gabriella Canfarelli
 
2015-03-21