Cartografie di un visionario di Pietro Civitareale


Recensione di Nicola Fiorentino

Non accade spesso che, dando alle stampe una raccolta di versi, l’autore ne dichiari la poetica. Lo fa ora con Cartografie di un visionario (Martinsicuro, Di Felice Edizioni, 2014) Pietro Civitareale, un poeta che, per essere anche un insigne critico, avverte l’urgenza non più procrastinabile di pronunciarsi contro il nonsenso dilagante in tanta parte della poesia contemporanea.
Tra l’altro egli rileva come la poesia “si sia ridotta ad un mero ed elitario esercizio di abilità linguistica. Ma soprattutto si ha l’impressione che il poeta d’oggi abbia perso il senso della situazione storica, il senso cioè di un rapporto fondamentale con il mondo, pago di un solipsismo che celebra con un rituale di parole per iniziati, dimenticando che esse non sono solo dei suoni, degli indicatori di direzione, ma sono parole intenzionate, vivono in un organismo di significati e che questi significati sono elementi di un complesso di relazioni attive, emergono da un fondo comune, sono in qualche modo implicati in una comune atmosfera significante”. “Non è pensabile - così prosegue -che uno strumento linguistico possa essere utilizzato indipendentemente dal suo immaginario, dall’immaginario cioè che vi è depositatoe, dunque, il piacere intellettuale ed emotivo, che può dare la poesia, è tanto più intenso e profondo quanto più ravvicinate sono “le affinità culturali e sentimentali esistenti tra il poeta e i suoi lettoriIl rapporto tra  poesia e lettore sarà, allora, tanto più agevole quanto più sarà in grado di riflettere esigenze interiori comuni, di realizzarsi in un contesto di codici accessibili ad entrambi, di fare riferimento, insomma, ad una sensibilità linguistica affine”.
Su queste ed altre sistematiche puntualizzazioni estetiche, contenute nella prefazione dello stesso autore, credo non sia più rinviabile una seria riflessione da parte di critici e poeti.
Ovviamente, chi conosce le precedenti opere di Pietro Civitareale sa benissimo come la sua poesia, dialettale o in lingua, non nutra alcuna nostalgia per esperienze compositive già consunte e come, invece, si realizzi nelle forme di una elegante ed equilibrata modernità.
La concentrazione delle immagini si articola in una scrittura frammentistica contenuta in tre o, al massimo, quattro strofe, che più precisamente definiremmo sequenze ritmiche, così come i versi, piuttosto che risuonare secondo la ratio del numerus tradizionale, si comportano come stìkhoi con una loro particolare musicalità, atta a tradurre il ritmo interiore e a trasfondersi immediatamente in immagini. La sintassi grammaticale si riduce a ben pochi nessi nella maggior parte dei componimenti. La sintassi poetica, invece, è ricca e preziosa in quanto coglie una simultaneità dialettica tra dati diversi del reale, in un sapiente svariare chiaroscurale o, più spesso, laddove risolve nello stesso amalgama profonde spazialità ed imprevedibili vibrazioni interiori. E determinante, a tal fine, risulta la funzione del silenzio che, come lontanissima eco o trepido presentimento, si insinua nelle varie parti della struttura per dilatare, o travolgere, la durata delle atmosfere.
Una nota ricorrente in questa poesia è una certa fissità delle cose, l’insignificanza, l’assenza di vita nell’andare stordito del mondo (In questo pomeriggio domenicale / la gente sciama per le strade / con una sorta di muto stupore), così come le connotazioni plumbee o pietrose del paesaggio fanno da sfondo alla solitudine del poeta ed all’impermanenza dell’esistente. Perché, infatti, “non è cosa facile / essere certi d’esistere. / A chiamarlo il mondo / non dà mai risposte. / Puoi solo guardarlo / come un idiota”. Persino “ciò che crediamo / di chiudere nella nostra anima / non consiste, ci sfugge, / si dissolve nell’aria / come al sole si dissipa / la rugiada del mattino. // Ed è come un braccio / teso il nostro grido, / con la mano che resta in alto, dinanzi a noi inutilmente aperta”. E qui, en passant, si noti come il poeta non manchi mai di metaforizzare gli enunciati più marcatamente meditativi, come in quest’altra riflessione, che coglie la dolente alienazione dell’uomo moderno: “Una rete di incrinature / è il vetro percosso della finestra. / Così il cuore dell’uomo / deluso dalle sue stesse / certezze, ignaro che la verità / è un uccello invisibile / nel buio del mondo. […] Ragno impigliato nella rete, / l’uomo va per la sua strada, / mentre la sorte gli cambia la vita, / frustra le sue ambizioni, / come l’onda che rimodella / la riva a suo capriccio”.
Sconsolata è la denuncia delle mistificazioni sistemiche imperanti nel cosiddetto mondo moderno, delle obliterazioni o, peggio, dei ribaltamenti della realtà. “Il vero e il falso sono sempre / da reinventare, giorno / dopo giorno, senza scampo”.
Ma c’è qualcosa che si salvi in tanto naufragio? “I nuovi termini / che oggi hanno fortuna / sono massa e coscienza. / Ma è storia vecchia e consumata. // Chi vuole mettere ordine / nelle sue confuse ideologie / cerchi la verità nei piccoli eventi”. Ma poi: “Si dice che il passato / consoli più del futuro, / giacché tutto muta, / anche il cielo, se cielo / è questa nuvolaglia / che la sera rossa / stende sulle alture. // Ma forse nel crogiuolo / che tutto trasforma, / resta il cuore, credulo / che qualcosa si ripeta / prima che precipiti nel nulla”. Memoria e passato, e il rovello del dubbio; spersonalizzazione, smarrimento della propria identità: “Niente come la poesia / aiuta a ritrovare la verità / della nostra stessa memoria. // Chi nel passato ha radici / profondissime ha già / trovato tutte le risposte. // Siamo scelti e vissuti / dalle cose più di quanto si creda / di scegliere e di vivere. // Ma oggi il passato è come / un paese straniero / e la coscienza crea e uccide”.
Ecco, dunque, un poeta che vive con lucida coscienza la tragedia del proprio tempo: in piena armonia con i postulati della sua poetica. E proprio per questo è in grado di stabilire un dialogo autentico con i suoi lettori. Persino in certe tematiche minori, come ad esempio quella dell’amore: qui le inquietudini, i doni e gli affanni di Eros son certamente vissuti nella sfera di una individuale soggettività. Ma proprio perché accadimenti condizionati dall’attuale, travagliata condizione socio-culturale, acquistano la rilevanza di un dramma esistenziale universale.
Altro tema, apparentemente minore, è quello del borgo natale. No, non si pensi al solito sentimento della nostalgia perché, invece, quel borgo è il nostro paese dell’anima, è la vita che avremmo desiderato, che può ancora illuminare le nostre attese: “E ripenso alla luna falcata, / al ramo scabro dell’autunno, / ancora tocco vicino al focolare / l’impalpabile cenere / e il rugoso corpo della legna”. E ancora: “Per salvarci ci nascondemmo / dietro le parole, convinti / che la poesia ci insegnasse / a riconoscere la verità. // Ma la disperazione ha lasciato / le sue tracce sul nostro viso / e il tempo, annidato nelle mura / della casa, ci ricorda che esiste / un luogo dove gli uccelli, / ammutoliti, vanno a morire. // Così, esiliati dalla vita, / ci siamo inventati un dio / invisibile per poter restare. / Vivere è porre domande alla terra / da dove provenimmo e dove / siamo destinati a tornare”.

 

 
Pietro Civitareale, Cartografie di un visionario, Martinsicuro, Di Felice Edizioni, 2014.
 

Nicola Fiorentino 

2015-03-14