Poesia e traduzione




 a me sembra che il tradurre da una lingua in un’altra […]
 sia come guardare gli arazzi fiamminghi da rovescio,

 ché, sebbene le figure si vedano, sono però piene di filamenti
 che le fanno confuse sì che non appaiono nitide e a vivi colori, come da diritto
Miguel de Cervantes

 
La traduzione della poesia è un sottile gioco di compromessi e infedeltà. Si conservano in gran parte i tratti semantici, si modificano necessariamente quelli fonologi, si rinuncia alla struttura metrica se può impoverire o deformare la valenza semantica del testo.
Quella del traduttore può apparire ad alcuni anche una battaglia persa a priori con il testo originario, come pensava Foscolo che si arrese di fronte a Omero nella convinzione di non poter ricreare in un’altra lingua la particolare fusione tra forma e contenuto presente nei poemi del poeta greco.
Madame de Stael nel 1816, in un articolo pubblicato sul primo numero della “Biblioteca italiana” (Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni), diceva che «non si traduce un poeta come col compasso si misurano e si riportano le dimensioni d’un edificio; ma a quel modo che una bella musica si ripete sopra un diverso istrumento: né importa che tu ci dia nel ritratto gli stessi lineamenti ad uno ad uno, purché vi sia nel tutto una eguale bellezza.»
E così, grazie alle ineludibili infedeltà dei traduttori, possiamo leggere Il cantico dei cantici o le Quartine di Omar Khayyǎm o gli haiku di Matsuo Basho, solo per citare alcuni testi lontani nel tempo e nello spazio.
 
L’ambizione di ogni traduttore di poesia è di contraddire l’opinione del poeta americano Robert Frost: poetry is what gets lost in translation (la poesia è ciò che si perde nella traduzione) e può anche essere che i traduttori siano più bravi dei poeti tradotti e che ri-creino poesia con altri suoni o altri ritmi.
Giovanni Nadiani afferma che «il traduttore in quanto tale è il primo, vero lettore critico dell’opera da tradursi e, dunque, sa cosa cercare, verificando quantitativamente le ipotesi e strategie di lavoro criticamente individuate e le concrete opzioni traduttive realizzate. Soltanto così facendo egli potrà suffragare la sua “poetica traduttiva”, tesa all’incontro con la “poetica autoriale”.»
 
Sono moltissimi i poeti dialettali tradotti in altre lingue; mi limito a citare il siciliano Ignazio Buttitta, tradotto in francese, inglese, russo e cinese e il poeta campano Achille Serrao, tradotto in francese, inglese, spagnolo, rumeno, serbo-croato, olandese. Per Giuseppe Gioachino Belli sono stati pubblicati studi sulle traduzioni dei suoi sonetti (Belli da Roma all’Europa, i sonetti romaneschi nelle traduzioni del terzo millennio, a cura di F. Onorati, Roma, Aracne, 2010 e Belli oltre frontiera. La fortuna di G. G. Belli nei saggi e nelle versioni di autori stranieri, Roma, Bonacci, 1983).
Si può dire che l’asse ‘dialetti italiani/New York’ - e quindi ‘dialetto/inglese’ - sia quello più frequentato, in un ponte favorito dalla forte presenza di immigrati italiani negli Stati Uniti. A dimostrarlo il ricchissimo sito di Luigi Bonaffini (“Italian Dialect Poetry”, http://userhome.brooklyn.cuny.edu/bonaffini/DP/) che ospita le migliori voci poetiche in dialetto del nostro paese tradotte in inglese, con il contributo di critici e poeti di tutto rispetto, come Achille Serrao, Francesco Piga o Dante Maffia.
Negli Stati Uniti c’è una tradizione di poesia dialettale legata, come sottolinea Luigi Bonaffini, «a un uso nostalgico della dialettalità volta al recupero di una identità minacciata e di una realtà antropologica abbandonata ma mai dimenticata, e quindi ancorata alla tematica dell’emigrazione e ai problemi dell’acculturazione, compreso quello fondamentale della lingua.»
In questo ambito non si può non ricordare il poeta Joseph Tusiani che è stato docente di Letteratura all’Università di New York e che ha continuato a scrivere nel dialetto garganico del suo paese d’origine (San Marco in Lamis), oltre che in latino e inglese, dedicando molte energie anche alla traduzione in inglese di poeti in lingua italiana e in dialetto. La sua ricca attività è ricordata nel volume L’arte della traduzione poetica. Antologia e due saggi, a cura di C. Siani (Roma, Edizioni Cofine, 2014).
                                                                                 
Se la traduzione di grandi opere nei dialetti italiani è molto frequente nelle letterature locali, frutto a volte del lavoro certosino di scrittori eruditi più che di poeti (per la Divina Commedia si veda il sito http://www.dantepoliglotta.it), assai meno frequente è la traduzione da dialetto a dialetto; si possono ricordare, come esempio, le numerose versioni de A Livella di Totò.                      
Insieme alla poeta Loredana Bogliun, che scrive nel dialetto istroromanzo dignanese, ho tentato questa esperienza che è stata presentata nel corso di un incontro sulla traduzione del testo poetico tenuto a Perugia il 4 febbraio 2015 (“Il rovescio dell’arazzo – Divagazioni sulla traduzione del testo poetico”).
Merita un cenno la differenza tra i due dialetti: il mio, quello di Perugia, sembra avere fretta di arrivare in fondo alla frase e non indugia sulle vocali; solo talvolta si riposa, se mai, nelle epitesi, alla fine delle parole tronche. Il dignanese di Loredana Bogliun si allunga, invece, sulle vocali con frequenti e sinuose dittongazioni, come accade anche in altri dialetti dell’area nord-orientale dell’Italia.
La lettura dei testi pone in evidenza la marcata differenza tra le sonorità delle due lingue: da un lato il sibilare delle “s” intervocaliche e delle “z” nel dignanese di Loredana Bogliun, in una morbidezza di suoni che trova riscontro anche nei tratti prosodici, dall’altro, nel mio perugino, la durezza dei suoni, in particolare delle dentali, e l’assenza di qualunque sibilo di zanzara nelle “z” e nelle “s” intervocaliche.
Loredana Bogliun ha tradotto in dignanese la lirica Argì, tratta dalla mia raccolta La città del vento (Roma, Edizioni Cofine, 2013) e io ho tradotto in lingua perugina il testo Ruvèri, tratto da La peicia (in Loredana Bogliun, Graspi, Fiume, Croazia, Edit, 2013).
 
Ruvèri
 
Sà de ste bande i arbori tuca al siel
vardando la ierba ch’a crisso spetenada
 
despoi de la peiova se vir∫o al suspeir
de sta me tera ch’a veivo cuciada
 
de mei pudaravi deite
peicada in tra le fuie
 
in tai arbori me favela
ch’a gnente iò pioun fursa
de sta radeiga ch’a me guanta par tera
 
a ∫i ruvèr sto me arboro grando
 
douto al mondo ghe stà ∫uta
ma par quil ch’a manca, ∫i da vardà ∫ura!
 
Qui da queste parti gli alberi toccano il cielo / guardando l’erba che cresce spettinata // dopo la pioggia si apre il sospiro / di questa mia terra che vive accovacciata // di me potrei dirti / appesa tra le foglie // tra gli alberi mi si racconta / che niente ha più forza / di questa radice che mi tiene per terra // è rovere questo mio albero grande // tutto il mondo gli sta sotto / ma per quel che manca, c’è da guardare sopra!
 
 
Cèrque
 
Nto sti poste tuquì
ta ’l cèlo tòccheno j’albre
docchianno l’erba che cresce sgramijata
 
doppo l’aqqua s’upre ’l suspiro
de sta mi terra che campa acuvijata
 
potrìa ditte de me
ntra le foje sualto arimpiccata
 
drento ta j’albre m’arcónteno
che gnente cià più forza
de ste ràiche che m’artèngono per terra
 
na cèrqua è st’albro granne
 
sotta tutto ’l monno je sta
ma per quil che nun c’è, tocca aguardà sualto!
 
 
Argì
 
Ngluppata

nti merlette
de lo sciallo
nco l’onne d’aria
ch’afógono ’l rispiro
fatigo a chiappà su
daccapo a l’Arco
 
Barbaja ’l mi fiatone

ta i lampione
e lento svapra
ntol rimór di passe

che ncol fischià
del vento se confonne
 
Avvolta / nei merletti dello scialle / con le onde del vento / che affogano il respiro / fatico ad arrivare / in cima all’Arco // Si illumina il mio affanno
/ alla luce dei lampioni / e lento sfuma / nel rumore dei passi
/ che nel fischiare del vento
/ si confonde
 
Turnà
 
Invulteissada
in tai merli
d’al sial
cu le onde de aria
ch’a massa al rispeiro
i fadeighi par reivà
là soun d’al Portigo
 
Al me fià se vido
in tala louss d’ai loumi
e peian el spareisso
in tal s’ciochetio
d’al me pedegà
ch’a in tal fis’cio
d’al vento el se cunfondo
 
Tradurre da un dialetto all’altro significa fare i conti non solo con sonorità ma anche con strutture sintattiche e di pensiero a volte molto diverse, come accade in ogni traduzione.
I testi ri-creati in un’altra lingua dialettale hanno inevitabili scarti sul piano lessicale rispetto all’originale; nel caso di Argì e Ruvèri ricordo spetenada/sgramijata (spettinata), cuciada/acuvijata (accovacciata), radeiga/ràica (radice), ∫ura/sualto (in alto), ngluppata/invulteissada (avvolta), svapra/spareisso (sfuma). In alcuni casi, al di là di una rigida corrispondenza lessicale, sono usate perifrasi: ntol rimór di passe (nel rumore dei passi) diventa in tal s’ciochetio / d’al me pedegà, arricchendo l’espressione del testo originale e mutando la scansione metrica.
A volte un’anastrofe può consentire di adattare un pensiero ai ritmi propri di un’altra lingua, alterando l’originaria struttura metrica: il verso iniziale di Ruvèri - Sà de ste bande i arbori tuca al siel (Qui da queste parti gli alberi toccano il cielo) - si spezza e diviene nel dialetto di Perugia Nto sti poste tuquì / ta ’l cèlo tòccheno j’albre,con il soggetto (arbori/albre) spostato in fondo alla frase.
 
La traduzione, che Don Chisciotte considerava con scettiscismo come «il rovescio di un arazzo», mi appare piuttosto come un’immagine riflessa nell’acqua o in un vetro, naturalmente deformata in alcune sue parti, ma anche arricchita di nuovi ritmi e di nuove sonorità.
“Riflettere” la nostra poesia, in un gioco di specchi deformanti, non è stato un mero “esercizio di stile” e non è nato dalla volontà di compiere un’indagine linguistico-filologica, ma dal desiderio e dalla curiosità di confrontare diverse sonorità, di scoprire impensati fonosimbolismi, di allargare le trame della poesia, oltre localismi geografici, nella consapevolezza della ricchezza che in tale ambito può offrire il nostro paese.
 
Ombretta Ciurnelli