Trin freit, Spavento freddo, di Giacomo Vit


Recensione di Nelvia Di Monte

Pubblicata nella collana La barca di Babele (che annovera importanti poeti friulani in lingua e in dialetto: Benedetti, Cappello, Vallerugo, Villalta, solo per citarne alcuni), questa silloge è suddivisa in due parti fortemente coese: sulla scena di un paesaggio chiuso nella morsa di un gelo quasi apocalittico si stagliano persone con il loro carico di umanità, di aleatorie speranze e precaria sopravvivenza. Nella Prefazione Giuseppe Zoppelli sottolinea “l’attivazione di una vigile coscienza critica, di uno sguardo morale” quale caratteristica costante della poesia di Vit.

Come in precedenti raccolte, il punto iniziale è un fatto reale, qui è la gelata invernale del 1929  che colpì l’Italia settentrionale e parte dell’Europa. Attraverso scorci di paesaggi innevati, immagini di persone colte nelle loro fatiche o nei loro sogni, frammenti di discorsi sensati e parole profetiche, il poeta sovrappone avvenimenti trascorsi (la crisi economica iniziata negli USA nel ’29 e dilagata in Europa, le guerre, i lager, l’emigrazione...) a fatti attuali, dentro una globalità carica delle stesse tensioni e diseguaglianze. Il tempo scorre, ma è come un film bloccato che ripresenta lo stesso fermo immagine: non c’è possibilità di progredire, tutto sembra fissato per sempre, immerso in un gelo che rende vitrea la visione di una realtà dove i colori e i suoni scompaiono, restano solo il silenzio che “Al / dislaga il non da li’ / ròbis” (Scioglie il nome delle / cose) e “il colòur blanc / di cualchiciussa / ch’a mancia” (il colore bianco / di qualcosa/ che manca).

La prima parte, più lirica, lascia spazio al paesaggio, fortemente connotato dagli umori dei suoi abitanti (una “processione di sonnambuli / transita lungo la strada sbiancata”), e  ad  un ambiente personificato, come i “morars, cu la medola zuda / in slanìs”  (gelsi con il midollo  sbriciolato dal freddo). Vi emergono elementi ancestrali, poiché nel biancore della gelata sembra nascondersi qualcosa di misterioso, prossimo al sacro o, più laicamente, al perturbante: l’anziano prete vi cerca “la sillaba di un discorso / che il Signore ci fa col suo / fiato freddo”; la ragazza teme il suo desiderio più intimo; il postino ha paura di scorgere la Bestia Bianca nel labirinto creato dalla neve.

Questi elementi arcani anticipano la seconda parte, che ha il suo fulcro nella figura di  Toni, il mago: un cartomante d’osteria, con le dita annerite dalla nicotina e “un sbolsà / di peraulis di fun” (un tossire di parole affumicate). Vede le tragedie future (“i suoi occhi sono già lontani, hanno/ scavalcato le sbarre delle stagioni,/ le geografie sconnesse”), ma più che vaticinare, Toni dialoga, e a chi gli chiede un responso, offre piuttosto un consiglio, come di non gioire troppo per la fame saziata se verrà un’epoca di consumismo sfrenato dove “sarai pieno / di carrelli pieni di roba, pieni / di pieno”. O di non partire verso un’America che sarà lei stessa in balia di una crisi economica, di un grande Freddo, di pupazzi che si getteranno dai piani più alti. Appena il discorso ideologico accenna a prevalere, prontamente la poesia riprende il campo, condensando in  un’immagine il desiderio di riscatto destinato alla sconfitta: La naf ch’a ti speta / a à vuòs stracs... (La nave che ti attende,/ ha ossa sfinite).

Con le sue  “ombre spoglie che si/ aggrappano a rami marci”, il testo conclusivo non offre alcuna consolazione e riporta al gelso col midollo sbriciolato. Una poesia pessimista, stilisticamente “sincopata di spezzature sintattiche, quasi che il discorso fosse ormai impronunciabile” (Zoppelli); e se verso la fine il ritmo diventa più regolare, è il contenuto a farsi più amaro. Tuttavia c’è un testo, Tieni a mente (parole dell’anziano al bambino), in cui – come la luce intermittente di un faro sempre più lontano – traspare ancora la possibilità di resistere alla dilagante negatività, se si resta fedeli all’insostituibile legame uomo-natura e alle parole autentiche della vita. Quando tutto nel mondo sarà livellato, “quando i Signori del freddo / ti costringeranno a chiuder bocca”, l’anziano invita il bambino a ricordare “lis peraulis / ch’a ti veva insegnàt la vigna / slusignosa...” (le parole / che ti aveva insegnato la vigna / luccicante...).

Giacomo Vit, Trin freit, Spavento freddo (Circolo Culturale Menocchio - Circolo di Meduno, 2014) 
 
Nelvia Di Monte