La foglia-poesia di Giampaolo De Pietro


Una Nota critica di Maria Gabriella Canfarelli

Corpo che sente, corpo vegetale come se scrivere/mi/risollevasse/le mani del vivere/Cosa scricchiola/di più/tra le dita e la/polvere che/passa. Corpo dello scrivere, del vivere; e anche corpo delle lettere, la foglia-foglio, l’albero-libro. Evoca suggestioni non gratuite la raccolta di Giampaolo De Pietro, versi che parlano di cose, oggetti esposti a uno sguardo più che attento, accudente, pronto a cogliere delle cose la muta richiesta di farne poesia; c’è l’aria, che si posa sugli oggetti, elemento impalpabile che regge le nuvole, il loro corso e la mutevole figura, disegno, traccia, cambio di forma, in questa densissima raccolta di versi, Abbonato al programma delle nuvole” (L’arcolaio, 2013), nella quale la fisicità continuamente nominata, parti del corpo, mani, lobo, polpastrelli, indice, fronte, polso, fianchi, labbra, palpebre, occhi, è intrecciata, legata alla materialità oggettuale di tazze, penne, sedie, letto, moneta, piatti (espressioni delle cose/sulle mensole che si uniscono immobili// (…)/come morti sull’attenti); e c’è il vestiario, ci sono gli indumenti che rivestono il fare d’ogni giorno cui si accompagnano quasi impercettibili i piccoli rumori del tempo. Sopra le azioni e i pensieri umani passano le nuvole, sfogliano/scene come calendari.
 
Solo il corpo della poesia è nudo, passa di mano in mano tra i poeti che dicono e scrivono le loro intuizioni/che sono fili, parole, rami//le foglie, di spalle,/loro stato di grazia,/patina dell’ora fresca; la parte mediana del corpo umano, il tronco, sostegno del torace e delle spalle, regge il peso del cielo e delle nuvole con la testa-ramo (antenna che capta e tutto trasforma in carta che lavora); mette radici, gambe e piedi, sulla terra, uomo-albero che figlia foglie, fogli su cui la scrittura si arrampica, frondosa si espande, ma non deborda poiché il poeta dà potatura e ordine, mette le parole al centro (…) /così da equilibrarle/nel loro verso e/ (…) / al centro del fiato/ del muro come fa/ l’edera. E ancora, porta, dirige le parole dove il silenzio/le vuole,/ (…) /come monete perse/(…)/e ritrovate dal vagabondo/che non cercava/se stesso ma/aveva fame.
 
Tanta fame di parole e talvolta persino orfanità, sofferenza perché è assente una lettera/che aspetto sempre/all’ombra di una buca/qualcosa che riporti/ (…) tutte le lettere/ai rispettivi loro posti. Severità e accuratezza di un lessico che rappresenta il quotidiano impegno di scrittura, vita che si scrive, e a se stessa e ad altri scrive. Un atto, una scena o sequenza del tempo intero o frazionato in mattini, pomeriggi, sere; tempo per il quale disporre un’ arca di segni, un alfabeto nuovo: ovvero, una poesia che sposti le cose,/che chiacchieri per loro voce e ricongiunga la materia inanimata alla materia animata, il tronco al fogliame come quando/terra e cielo erano un solo ramo.
 
Maria Gabriella Canfarelli
 
Nota bio-bibliografica

Giampaolo De Pietro è nato a Catania. La sua prima raccolta di versi, Tre righe di sole (Salarchi Immagini, Archilibri) è del 2008; alcune poesie del libro sono state tradotte e pubblicate in riviste di lingua tedesca e slovena. La foglia è due metà è il titolo del suo secondo libro, per il progetto Buonesiepi libri(2012), vincitore del Premio Baghetta 2013. E’ tra i redattori di Incerti Editori.