Maurizio Rossi


Una Nota dell'autore e quattro poesie

 Maurizio Rossi, medico (da pochi mesi in pensione), romano, ha compiuto gli studi classici, ama scrivere in lingua e anche in dialetto romanesco. Ha pubblicato: Dal pozzo al cielo, Lulu.com, 2008, Tempo di tulipano, Lulu.com, 2009, Sono aratro le parole, LietoColle, 2011, Che resta da fare, LietoColle, 2014. È attivo in diverse associazioni culturali e di volontariato. È tra i promotori dell’Associaziione Una Casa delle Poesie nel V municipio di Roma, per la quale cura incontri mensili.

 
Da Che resta da fare, LietoColle, 2014, pubblichiamo una nota dell’autore e alcuni testi
 
 
Al mio lettore
 
Mi piace pensare ai miei anni come "nodi nel vento", scansioni nel tempo, per rappresentarlo, senza imprigionarlo: del resto sarebbe vana fatica.
Sono risalito "Dal pozzo al cielo" (la mia prima raccolta); ho viaggiato il "Tempo di tulipani" (la seconda); ho maturato che "Sono aratro le parole" (la terza).
Valicati i sessanta anni, ho voluto regalarmi questa nuova silloge, frutto di tante scritture, letture, riscritture, perché emergesse il pensiero e nitidi i sogni, in sincerità e verità.
C'è uno scritto di Umberto Saba, del 1912, pubblicato postumo nel '59, "Quel che resta da fare ai poeti" - con il suo richiamo alla "poesia onesta" alla fedeltà a sè stessi come "reazione alla dolcezza di lasciarsi prendere la mano dal ritmo, dalla rima, da quello che volgarmente si chiama vena": questo  ha ispirato il titolo, ma anche la composizione di questa mia ultima fatica, che spero sia "onesta".
Nelle sezioni della raccolta - non "gabbia" per il lettore e per la sua libera interpretazione, ma possibili chiavi di lettura, tentativo di ordinare molti temi - ci sono poesie che abbracciano un arco di quattro anni, in verso libero, qualcuna in endecasillabo; una sezione (Alchimie) è dedicata ai "mestieri", così come li ricordo dall'infanzia, metallo che muta in oro fino, potendo "drenare" questo tempo dalla tecnologia ridondante e dalla massificazione, rischio evitabile della globalizzazione.
Qualcuno dice che scrivo molto, è vero; come è vero che molto penso e molto sogno.
 
 
Parole vive
 
Aratro sono le parole,
dissodano la mente, l'anima,
        ne fanno grembo
per le idee, semenza
di saggezza, farina
        di sapienza dell'umano cammino.
 
Fatica è pazientare, il lento
incedere, spingendo
l'erpice nella crosta riarsa
da venti d'egoismo.
                                               Di sera,
siedi  accanto al pozzo per riposare
una donna ti chiederà da bere;
accoglila nel cuore,
lei ti darà parole vive.
 
 
È seme
 
Senza posa scrivono  i poeti
le parole raccolgono dall'aria, 
tracimano dai versi e dalle rime
cercando nuovi  cieli
su terre e vecchie strade.
 
Anch'io sono un poeta,
costretto a setacciare dei ricordi
        per impastare verità e sogni,
raccogliendo le briciole dei giorni
per bocche e viscere affamate.
 
        Ma questo vuole l'uomo?
E la donna che ha fretta nella via
        davvero chiede
        risposte alla poesia?
 
E' seme la fatica, la parola
        cancellata, l'attrito di neuroni
in cerca d'una forma
                o d'una melodia.
Dai versi, fin dentro le vene.            
 
 
Il medico
 
A piene mani
so dispensare farmaci e condanne,
so leggere sistole e diastole,
so confrontare
un corpo caldo
col  freddo negativo;
so capire, ma poco compatire.
 
"Non posso accogliere tanto dolore,
tutti i giorni lasciare che mi sfianchi,
che annebbi la mia mente..."
 
Sovente  non mi accorgo
che il mio paziente
vuol essere guarito
dal sentirsi impaurito
e solo.
                Inaspettato
il dolore s'insinua,
risveglia la paura,
                vedo la barca
che attende all'altra
riva, mentre la scienza
m'abbandona dispersa nella bruma
sopra il fiume.
                               Lo Stige
tante volte guadato
da chi non ho guarito.
 
 
        Strano mestiere
 
Strano mestiere il mio,
a spasso con la morte
per una vita intera,
costretto a ringraziare
colei che a stento
                è nominata.
 
Strano destino, perché
da quest'amica
non avrò sconti sul trapasso,
solo devo sperare
che al momento fatale
sul  conto non mi chieda
                gli interessi.
Strano mestiere 
il mio: farò
                abitudine alla morte
o a così tanta
ambuiguità di pianto?