Per Vito Tartaro


Il 12 febbraio di un anno fa il poeta siciliano moriva

Immagino di aver sognato Vito, il cui primo anniversario dalla morte si avvicina sempre più. Immagino un breve dialogo con lui:
― Ciau, Pe’, cchi si dici dô dialettu? Campa o è già diventato ‘Nondialetto’?
― Lo chiamano ancora Neodialetto.
― Chi lo scrive continua ad onorarlo e a rispettarlo? Sono stati smascherati quei quattro/cinque/mille millantatori?
― Macchè, ricevono premi, non fanno minima distinzione di trascrizione fonetico-ortografica …
― A proposito, insistono ancora sulle grammatiche?
― Che io sappia no, per fortuna …
― C’è ancora chi scrive Koineggiando?
― Sì.
Interrompo le sue domande con un finto colpo di tosse (sgraziata traduzione del pensiero siculo ‘corpu di tussi’). Mi passo la mano sulla coscienza: forse neanch’io ho onorato il suo amato dialetto siciliano, il tempo rotola, porta con sé dimenticanze e strafalcioni … Forse neanch’io sfuggo alla vitalità-mortalità della lingua, sono come tutti un povero parlante non immune dall’erosione, dalla trasformazione-metamorfosi … “Però ci tento”, mi dico …
― Vito, lo sai che alcuni continuano a scrivere, che so, ad esempio, para nu iocu i nichi, attingendo al verbo parari, ignorando la j semiconsonante, confondendo (o strafottendosene) la i articolo con la ’i preposizione (gli apicetti sono fuori moda) … Ma, forse, siamo noi a non capire, siamo noi a peccare di arretratezza. È solo questione di lingua-tempo che cambia. E non ti racconto altro per non farti venire la gastrite.
― Pe’, accurzamu, parrati dialettu, Pe’, ti salutu.

 

Giuseppe Samperi