L'altrove della poesia di Roberto Luciano Tąpparo


La recensione di Nelvia Di Monte

 n tempi in cui l’aspetto retorico dei linguaggi – mediatici e non – sembra prevalere sulla sincerità comunicativa, colpisce la fiducia che Tàpparo nutre verso una parola trasparente, in grado di far apparire scorci di realtà con una nitidezza che li rende subito riconoscibili e familiari. Tuttavia insoliti particolari emergono in un paesaggio che, pur fisicamente definito, è impregnato da un’atmosfera a volte sospesa, a volte stralunata, spesso pensierosa, sempre poeticamente connotata. Basta un elemento (una tela bianca senza traccia che diventa un pezzo d’infinito; un merlo, macchia scura/ che inchiostra la betulla...) a evocare la presenza di un senso recondito: che non è nascosto, richiede solo la giusta attenzione, un momento di sosta in cui porsi in ascolto o orientare diversamente gli occhi e la mente fino a percepire quell’Altrove che è sfuggente ma non oscuro. Il poeta vi giunge attraverso Sentieri che – come nell’omonimo testo – “da voci antiche arrivano;/ si fermano nella mia testa quel tanto/ ch’io ricordi: gli innumerevoli pollini/ migranti sulle pianure e il merlo/ che mi portava sempre più in là, depistandomi”.

Come scrive nella postfazione Anna De Simone, la “natura è infatti il punto di forza di questo libro”, insieme ad una “sensibilità speciale” di pascoliana rimembranza che proietta, sui dati fenomenici osservati, un frammento di storia in cui le cose e gli esseri viventi condividono il medesimo destino. Così la nera guglia di una torre fa immaginare “che punteggi il cielo/ a ricamare l’aria d’un ghiribizzo/ e imbrogli un poco il volo/ d’un uccello spaesato alla deriva”.
La consapevolezza del tempo che scorre, e sembra annullare ogni cosa, permea di malinconia diversi testi, ciò nonostante il pessimismo raramente prevale, se non nella solitudine per gli amici scomparsi, per la vecchia casa distrutta da un incendio doloso e rimasta “tutta aperta/ incantata nella sua tragicità”. Tàpparo è fedele allo scopo assegnato alla poesia, cercare ciò che sopravvive e dargli senso, e farlo durare ancora un poco, per quanto sia possibile alle parole rispondere all’originaria (e ossessiva) domanda: “che ne sarà di noi?”. Nello stesso modo sopravvivono gli oggetti nell’arte, come la prugna nella coppa trasparente in un quadro di Manet. Di solito sono i soggetti più comuni a essere portati in primo piano dallo sguardo che, passaggio dopo passaggio, ne mette a fuoco il risvolto insolitamente umano, non solo perché spesso personificato, ma soprattutto perché c’è una pietas che accoglie ogni esperienza come un dono, che si tratti di una giornata di tarda estate quando “Vengono alla mia finestra/ le luci di settembre”; oppure della visione di una tettoia di notte, inutile ma che va amata “per quel niente/ che cova, disperata”.
L’immagine di un gatto che con passi felpati “Lento si allontana/ dal mondo dei vivi,/ anche i più cari./ (...) / e va dove sa/ che ombre si addensano/ e silenzi” ci indica con quale empatia il poeta osservi la realtà. È una poesia che a tratti disorienta il lettore, disarmato di fronte ad una semplicità che, poi, si scopre apparente e che lascia attoniti come davanti ad una fotografia nell’istante di una rivelazione (“il fermo immagine/ di una creatura ben viva”), quando si delinea una presenza che già trascorre via nel tempo.
C’è una cura della parola che è diventata stile, una poetica del vivere esemplificata nella poesia Praga magica, dove una finestra spalancata “mi chiede di non morire” poiché troppo bella è la vista, i monti oltre le nebbie di agosto, la piazza ottagonale, la fontana, i ragazzi innamorati... e la chiusa intreccia nelle parole un invito e un frammento di quell’eternità che ogni esistenza reca a chi la sappia accogliere: “Non ritrarsi mai dalla vita,/ addolcire quel poco che vale la pena / di essere vissuto/ e lasciare i ragazzi soli/ finché dalla fontana sgorgherà l’acqua,/ di là dai nostri sguardi, di là dai loro sogni.

Roberto Luciano Tàpparo L’altrove della poesia (Leone & Griffa Editore, Biella 2014)

Nelvia Di Monte