Na farfalla mi vasau lu nasu di Marco Scalabrino


La prefazione di Pietro Carbone al libro di adattamenti in dialetto siciliano

Una di significato e l’altra di suono sono le esperienze di lettore che voglio portare preventivamente per introdurre il discorso sulla traduzione da varie lingue nel siciliano.
La prima, di significato. Avrei mai potuto capire le poesie cinesi di Mao Tse Tung senza il travaso in una lingua a me comprensibile?
La seconda, di suono. Cosa mi sarei perso se non avessi letto, declamato, scandito, seppure nel mio approssimativo e rudimentale spagnolo, le poesie di Gustavo Adolfo Bécquer, di Miguel de Unamuno, di Rafael Alberti e mi fossi limitato a coglierne il significato veicolato dalle sole parole d’inchiostro dell’italiano? 
Que es poesia?... Pasaba arrolladora en su hermosura… Yo soy ardiente, yo soy morena, / yo soy el simbolo de la pasion; Piensa el sentimento siente el pensamiento…
E come godersi, se non nel suono originario, la poesia di Rafael Alberti incarnata e resa unica dalla voce di Paco Ibáñez, diventata un tutt’uno con le corde quasi strappate della sua chitarra cadenzando las tierras las tierras las tierras de España? Un suonoamplificato, scolpito, incalzato dal ritmo eruttivo, crescente: poesia suono, poesia canto. Un’esperienza unica.  
La risposta alla prima è che senza la traduzione non avrei capito nulla e la risposta alla seconda è che senza la declamazione mi sarei perso molto, anzi, moltissimo; per controprova, senza la traduzione, senza capire nulla o quasi, avrei purtuttavia “gustato” qualcosa (della cucina dei suddetti poeti). È il classico dilemma: capire senza gustare o gustare a costo di tradire? Semplice, addirittura ovvia, l’aspirazione: capire gustando e gustare comprendendo. La meta è di ottenerlo, un tale risultato. Ma come? La materia è incerta.
Parole, suoni, accostamenti: ebbrezze di significato? di emotività?
Il problema, lungi dall’essere risolto in sé, – e basti pensare al crociano interrogarsi su che cos’è la poesia? – si ripresenta in modo più complicato nell’attività del tradurre: cosa rimane nella nuova lingua della vecchia? E non si tratta di una semplice traduzione delle parole, ma, come avvertiva Pound, di tradurre la poesia.
Girolamo Mancuso, nel tradurre dal cinese nell’italiano, dà le sue coordinate: “Prendere posizione su alcune questioni di principio può essere utile e necessario come indicazione generale, come, orientamento; ma nel singolo caso pratico preferisco affidarmi al buon senso, a una certa sensibilità, al gusto personale: tutti fattori troppo soggettivi per essere codificati” (Nota introduttiva a Mao Tse Tung, Tutte le poesie, Newton Compton Editori, Roma 1974).
E dunque? A distanza di oltre quarant’anni dalle indicazioni mancusiane, altri, con altre sensibilità, si sono posti gli stessi quesiti avendo maturato nel frattempo altre esperienze.
Nel saggio del 2011, All’ombra dell’altra lingua. Per una poetica della traduzione (Bollati Boringhieri), Antonio Prete arriva ad affermare che il traduttore carpisce, anzi, sottrae all’altro, al testo originale, ciò che gli è più proprio: il tono, il colore, la musica delle sillabe. Elimina una lingua per sostituirla con la propria attraverso suoni, lemmi, metafore, rime, allitterazioni, “sì da ricostruire in altri modi – come bene ha sintetizzato Laura Barile nel recensirlo – l’armonia e la dolcezza dell’originale.” Per arrivare al risultato, secondo Céline, della “resa emotiva dello stile”.
Sembra di ritornare al punto di partenza e non sappiamo se Marco Scalabrino abbia attraccato a questi approdi e da uno di questi porti abbia issato le vele, sappiamo di sicuro che ha intrapreso un viaggio non facile: far rivivere in lingua siciliana la poesia incistata, inalveata nella lingua latina di Catullo, inglese di Peter Thabit Jones, brasiliana di Iacyr A. Freitas, americana di Nat Scammacca, rumena di George Bacovia, argentina di Horacio Castillo, e in maniera più complicata ancora, o più azzardata, far rivivere, sempre nel e con il dialetto siciliano, la traduzione di una traduzione ovvero la poesia scozzese di Duncan Glen, nonché quella polacca di Wislawa Szymborska e quella fiamminga di Paul Snoek, tramite l’inglese; infine, quella corsa, di Jacques Thiers, tramite il francese. 
 
Sotto la cupola ampia del dialetto, quasi a dire che (il dialetto) non teme cimento, Scalabrino aduna poeti senza limiti geografico-temporali oltreché linguistici: autori di due continenti, di disparate regioni dell’Europa e delle Americhe, che si collocano dalla classicità, Orazio e Catullo, e con uno smisurato balzo, ai nostri giorni, taluni addirittura ancora viventi: Jacques Thiers, Peter Thabit Jones, Iacyr A. Freitas; autori planetariamente noti, Wislawa Szymborska, Charles Bukowski, Edgar Lee Masters, fianco a fianco ad autori scarsamente noti o pressoché sconosciuti in Italia: Duncan Glen, Robert Garioch, Hugh Mac Diarmid. La traduzione talvolta coincide con un’opera di promozione scaturita da una consapevole e coraggiosa assunzione di responsabilità nell’implicito giudizio positivo. Un paio di loro, benché stranieri, e cioè Nat Scammacca e Peter Russell, risultano sostanzialmente “adottati” dall’Italia e in special modo dalla Sicilia.
“Tutti, nondimeno, autori – precisa il nostro poeta-traduttore – di spessore, di valore, che trovano, tramite questo umile tributo, una ribalta, una piccola finestra per affacciarsi ed entrare a far parte della cultura siciliana.”
Senza voler disattendere il compito originario, per far rivivere, come s’aspetta Steiner dal traduttore, “l’atto creativo che aveva informato la scrittura dell’originale”, Marco Scalabrino cosa fa? Smonta l’originale, lo dimentica e nel ricordo dell’esperienza vissuta lo riscrive nel e con un dialetto: il suo.
E se il dialetto nel suono e nel significato può risultare di primo acchito “incomprensibile” e sembrare a sua volta lingua straniera gli è perché il traduttore-autore, come un palombaro nelle profondità marine, è andato a cercare nelle plaghe remote e trascurate del dialetto parlato ma anche di quello scritto, non solo recente ma anche del passato, parole rare o desuete: per far veicolare loro sensi e sensazioni “altri” rispetto a quelli comunemente barattati nell’esangue e frettoloso linguaggio quotidiano.
Con una precisazione, però, per non incorrere in facili equivoci soprattutto per i non iniziati alle prelibatezze e rarità linguistiche. 
“In effetti, – precisa Scalabrino per non incorrere in “qualche impressione erronea” che potrebbe derivarne – io non pratico e non adopero parole rare o desuete, arcaiche e dismesse. Tutti i miei termini sono frutto di una lunga, assidua, entusiasta frequentazione del dialetto, di ieri e di oggi, dell’occidente e dell’oriente dell’Isola, degli studi dei testi di quei poeti, letterati, cultori che nel tempo, nei secoli ormai, al nostro dialetto hanno votato le loro esistenze. E comunque, essi sono tutti termini del dialetto siciliano, sono espressioni della bellezza, della dovizia, della duttilità del nostro dialetto, le cui millenarie radici, greche, romane, arabe, eccetera, affondano nella Storia, e che mostrano l’inconfutabile nobiltà, la straordinaria contemporaneità, l’innegabile capacità del nostro dialetto di confrontarsi tuttora a testa alta, in tutta dignità, armonia, compiutezza, con ogni altra lingua, cultura, civiltà del nostro globo.”
Pur con le dovute precisazioni, quel che conta è di andare ai risultati: con queste parole inedite, ricercatissime, portatrici di suoni lontani, non sempre annunciatrici di sensi scontati, il traduttore-autore compone lo spartito e costruisce la sua sintassi anche di immagini talché il messaggio e il canale che lo porta sono un tutt’uno imprescindibile: quasi per miracolo, dovrebbe ri-creare non solo i significati ma anche il “tono” dell’originario testo poetico e far rivivere l’esperienza dei lettori/ascoltatori dinanzi al testo originario e originale.     
Lo permette il dialetto siciliano? Una risposta si può ricavare soltanto dall’esperienza personale, puntuale, diretta. A tale scopo si riportano alcuni esempi rappresentativi.
 
Suoni: liena; nziccumatu; si capuzza; chiàvichi; siccarizzu; muzzicunari; attangati; bisitusu; cuegghè; cunfinfara; sustu; bazzarioti; accabaru; guisiniari; sbiddrìanu; strèusi; sparaggi; làbbisi; l’agghiotta; calosci.
Accostamenti e versi: “Bird è vivu!”; lu cileccu di sita e la giammerga; zoccu jisu jisu / prestu prestu si sdisola; nna li vìsciri di la terra; s’ammùstranu nta la ncàgghia virdi di na cerza; siddu ciùcia lu Sciloccu / la to naca si sdirrupa; abbrivai l’armaleddu a la campìa; è un sarvaggiu, nun c’è sculicènzia!; scinnennu a la sdirrutta / cadìu comu paparacotta; gnissatu a lu spitali; pittau lu pirterra; senza culari na stizza; chi ni dici d’un giru cu la vespa?; sta littra è tutta un rùcculu; ddu filiceddu di schizofrenia.
Frammenti: di ssa tòmita di cori e ossa; Certi jorna na vòria lèggia t’accarizza, / comu si qualcunu ti ciuciassi a li masciddi, / comu juncissi d’un muscaloru arrassu; senza ana di campari; accabbaru arbi e tramunti; di lu lettu sistimatu nna lu baddaturi; tagghiati a spazzula; Si puru stu me cantu strabbudissi.
Traduzione dal rumeno:Note de toamnă / Nota d’Autunnu di George Bacovia: È Autunnu attunnu attunnu. / Chiovi. E sulu l’acqua avi vuci / nna sta paci di chiummu / chi di ventu alliberta li fogghi.
Traduzione dal fiammingo tramite l’inglese: Onder water / Sutta l’acqua di Paul Snoek: Certi jorna na vòria lèggia t’accarizza, / comu si qualcunu ti ciuciassi a li masciddi, /e cca e ddà na tinnirizza t’arrifrisca, / comu juncissid’un muscaloru arrassu.
Traduzione dallo scozzese tramite l’inglese: The big music / La granni musica di Robert Garioch: Victoria Street a Londra, lu nomu e lu postu appàttanu, / na palestra militari hannoveriana, ncutta a Buckingham Palace, / a li treni chi attraversanu la Manica, a l’autobus pi Edimburgo, / a li spacci pi li surdati e pi li marinari, na ex badia, / na cattidrali, allatu a lu Crazy Gang, a Windsor.
Traduzione dal corso tramite il francese: Nausicaa di Jacques Thiers: Sugnu vecchia. / N’aju vistu passari / picciotti / maravigghi di l’Orienti / cu lu focu a l’occhi. / Sugnu vecchia.
È già di per sé una sfida la traduzione diretta dalla lingua originaria ma diventa più agonistica quella indiretta tramite una terza lingua che funge da intermediaria, per chi non le mastica è un atto di fede, una fiducia sulla parola, sulle parole, e non per modo di dire.
Ritorniamo, così, a ragionare sulle traduzioni e il tradurre: è possibile col dialetto? come e in che misura ci riesce Scalabrino? Questo è il nocciolo dell’operazione del nostro traduttore che, per concedersi più libertà, quasi a non voler rimanere prigioniero di antiche formule e di codificati pregiudizi circa il tradurre, vuole che si parli di “adattamenti”.
Libero dai lacci corti del tradurre (tradurre tradire; bella ma infedele; fedele ma inespressiva; autentici traduttori; fedeli traditori), volendo ridare la “voce” agli autori, con il loro timbro e il loro tono originari, Scalabrino in realtà presta loro la “propria” e come già fa per sé, con i propri componimenti, tende a sfondare la muraglia di senso delle parole correnti e scontate forzandole nel significato attraverso un mélange: incastona parole straniere intraducibili, rimodella quelle italiane, ripesca le dialettali, a volte non immediatamente comprensibili, anche dure nel suono, scabre nel significato. E se ne serve per  accostamenti stridenti o finallora “inauditi”, quasi alla ricerca di una musica nuova come nella dodecafonia dove nuovo risulta l’impasto musicale pur utilizzando gli stessi strumenti e le stesse note.
Con queste premesse, con questi accorgimenti, con questa accortezza, la traduzione, oggi, nel dialetto siciliano, non è né risulta, come scherzosamente si schermisce Scalabrino, una “insania”: rappresenta bensì un tentativo riuscito che vorrebbe additarsi, senza pretese, si capisce, come una possibile via da seguire, con l’unico scopo di porre in risalto “la bellezza, la dovizia, la duttilità del nostro dialetto, nonché, pure nella sua millenaria storia, la straordinaria modernità, l’innegabile capacità di confrontarsi tuttora a testa alta, in tutta dignità, armonia, magnificenza, con ogni altra lingua, cultura, civiltà del mondo.”
Un fine grandioso ma “vissuto” con candore se contemporaneamente sa roteare le pupille per farle convergere, come Arthur L. Clements per distrarsi dalla “schizofrenia… malatia di famigghia”, sulla farfalla che “gli ha baciato il naso”.

La poesia è salva, anzi, è colta. Che importa alla fine se in cinese, in rumeno o in siciliano? 

 

A poem is a city / Na puisia è un paisi

di Charles Bukowski

adattamento in dialetto siciliano di Marco Scalabrino

Na puisia è un paisi chinu di strati e chiàvichi,
chinu di santi e d’eroi, di minzugnari e ciriveddi pirciati,
di cosi pistati e ripistati e genti chi si mbriaca
e di chiuvuti e saitti quannu no di siccarizzu;

na puisia è un paisi ’n guerra,
un paisi chi addumanna un ruloggiu di pirchì,
un paisi chi abbrucia e feti,
cu li pistoli sempri sfurrati
e li putìi di li varveri vunci di cinici allitrati;

na puisia è un paisi unni Diu va a cavaddu
pi li chiani nudu comu a Lady Godiva,
unni li cani abbaianu a la notti
e assicùtanu la bannera;

na puisia è un paisi di pueti,
li chiù fatti cu lu stampu
mmiriùsi e muzzicunari;

na puisia è stu paisi astura,
50 migghia arrassu di nuddu postu,
a li 9 e 9 di matina,
sapuri di licori e sicaretti,
nenti sbirri né nnamurati pi li strati,

sta puisia, stu paisi, li porti chiusi,
attangati, quasi un sdisertu
bisitusu e senza lacrimi,

jornu pi jornu chiù vecchiu,
li muntagni di mazzacani e sciara,
l’oceanu na vasca-bagnu fumanti,
la luna casa di villiggiatura,
na musica surda di li finestri rutti;

na puisia è un paisi,
na puisia è na nazioni,
na puisia è lu munnu …

e mentri cafuddu tuttu chissu sutta vitru
pi lu benistari di dda testa gluriusa di l’edituri,
la notti è a nautra banna:

fimmini grici e fracchi su’ alliniati addritta,
un cani appizza appressu a nautru cani,
trummetti sturdinu l’aricchi
e ominicchi carcarìanu di cosi
chi mai e poi mai ponnu fari.