Tenue conforto è il lume dei ricordi


La prefazione di Paolo Emilio Trastulli a "Il male delle assenze" di Dionisio Morlacco

È anche un dato di fatto incontrovertibile. Tutto ciò che accade nello spazio, in quanto oggetto della nostra sensoriale esperienza, accade anche nel tempo, cioè nel nostro mondo interiore; ed ha un'eco più o meno incisiva entro la nostra vigile coscienza reattiva; mentre non vale la reciproca perché non tutto ciò che si produce e vive nella profondità dello spirito deve accadere anche fuori di noi, e quindi quest'intimo evento non trova riferimento alcuno nella realtà di cui si nutre la personale vita materiale, la fattualità esteriore d'ogni nostro giorno. Anzi, altra e diversa, prevalente e peculiare, ne crea e fa esistere.     

Questa verità si può ben assumere, a nostro avviso, come felice paradigma  per ogni autenticazione poetica, vale a dire quale cartina di tornasole per la validazione d'ogni atto creativo. Con la precisazione, di non poca e per di più sostanziale rilevanza, che la poesia in specie, quand'essa è originale, si nutre altresì (e si corrobora) di un processo di sublimazione della memoria individuale in virtù del quale ogni accadimento legato alla singolare "ecceità" del vivere, alla sua quotidianità accidentale e transeunte, si iscrive e dilata  in una naturale dimensione di universalità, divenendone significativa esemplifica-zione. Di qui la poesia come vero e proprio "diario dell'anima", privilegiato al pari della musica di cui pure è originale traslitterazione (né diversamente può essere), in cui le altre e consimili nature si riconoscono e per naturale adesione interiore con-sentono attraverso il diapason della parola esaustiva, significante, non surrogabile. Ed, in fine, per l'armonia finalizzata della loro concatenazione emozionale.
A queste considerazioni induce in positivo la presente (e senza dubbio coinvolgente nel profondo) raccolta poetica di Dionisio Morlacco che dell'esistenziale diario d'un' anima (e qui potremmo aggiungere: per capitoli d'una intera vita) ha anche, in qualche misura, la scansione cronologica e quasi un largo antologizzare tematico. Fino a quell'evento interiormente totalizzante, e non solo etimologicamente cruciale, "al bivio di Fontanelle"  che - catalizzando in un sol punto traumatico il tempo interiore, divenuto così focus esclusivo della propria coscienza e quindi presente immobile - produce la dicotomia del vivere (dentro e fuori, reale ed apparente) resa di fatto da quel momento insanabile, e tuttavia ricomposta in forma altamente educativa e vitale per la dignità delle virtù civiche ed etiche che sottende e sollecita, tra l'essere sé stesso più propriamente "dentro" (e "per sé") e l'appartenere "fenomenologicamente" al mondo, seppur "altro". Ed in effetti, lo si segnala qui per inciso, gran parte di questa selezione è come percorsa (consapevolmente) da una sottile velatura di lacerato riserbo, di nobile pudicizia, di sotterraneo sentimento di gelosa privatezza, di a pena - e bene a malincuore - vinta (da esterne, incalzanti amicali insistenze) ritrosia e mal superata resistenza a rivelarsi (o meglio disvelarsi) nel cuore segreto della propria più profonda umanaessenza, tormentata e dolente per irrecuperata lacerazione.
Poi la memoria prevarica, guadagnando e presidiando il campo; e quando - come qui - ha qualcosa da dire che vada - come va - oltre gli aridi confini del privato, da cronaca si fa Storia. O anche Poesia, che è altro modo di essere, più alto, più sottile ed intimo, se possibile - per apparente paradosso - anche più universale e perenne, della Storia.
Naturalmente il filo della memoria ha, nel diario poetico di Morlacco, il suo capo iniziale in freschi e rapidi brani dei giovanili ricordi, quasi delicati acquerelli, legati alla circoscritta esperienza di luoghi familiari (Porta Troia: "era lo spiazzo il porto / che ci univa, il tuo arco/il molo dei ritorni") e di ripetuti eventi (Vecchio Natale: "Ci destava un suono di piva / dal fondo della strada /nell'ora fredda del mattino") per poi aprirsi a dolenti e più maturi momenti di distacco, quando, dovunque ci si trovi, "la lontananza ha morsi profondi"; o  maggiormente affidarsi ai variegati, dolci-amari travagli d'amore ("Fu lama il sorriso di donna  / nel petto"; "tra voli di passere e ciocche / di rose alla finestra / maggio brillava nel cielo / dei tuoi occhi sereni"; "ora sai la croce / che mi lacera il petto"), non meno che ai certi e intimamente rassicuranti ritorni ("Ottobre accende un fuoco / di bacche alle siepi"; "Odore di pane caldo / nella sera, zaffate / e fumi di ceppi dai camini", come ogni autunno avviene). Ed infine ad abbandonarsi al recupero di alcune profonde presenze ineffabili ("È questo il mio paese / di sole e di vento, di sguardi / dagli usci pungenti, di donne / vestite di nero"; "Al mio paese il vento / mi saluta piangendo / a uno sbocco di strada"; "sprofonda il cuore / nell'oscuro silenzio / della strada deserta"; "Nella strada dove l'erba / scricchia ad ogni passo / nel gelo del silenzio /.... chiamo i volti perduti / a parlare sui rotti gradini / della casa degli avi"); presenze che si esaltano in due delicati ritratti spirituali: A mio padre ("E vengo a trovarti la sera, / ma il silenzio ancora si erge / alle tue spalle, trionfa negli occhi / il vuoto rosso della stanchezza. / Dal  pendolo, che a piena corda / il tempo sordo consuma e divora, / più lenti rintocchi imploro / a quel che resta della tua vita);  e Madre ("Madre / nel palmo del tuo respiro / è la mia quiete, / nel tuo grembo appassito / il mio rifugio"; "Restò nel mio petto soltanto / il peso del tuo monte di pena").
Fin qui il "prima", raccolto nel capitolo tutto proustiano, a muovere dal titolo, "Il Tempo e la Memoria". Il "dopo" - che è anche l'hic et nunc, il presente immobile, come si è detto, in cui il tempo dello (e per lo) spirito si è come fermato e, viepiù assetato, sosta ad abbeverarsi nell'illusione consapevole, ed in apparenza tragicamente consolatoria - è tutto nel breve poemetto da cui, significativamente, l'intera raccolta prende il nome, "Il Male delle Assenze". Perché di vero e proprio poemetto al dolore, intimo e schivo, si deve qui parlare, composto sottovoce, per lacerti di vissuta e rivissuta tragedia, che si eleva ad universale categoria del vivere ("Misuriamo il tempo / con la distesa immane / della tua assenza. / Se ascolto alla finestra / il pigolio di un passero, / mi ostino a decifrare / nel suo il tuo messaggio."; " Ogni giorno ti cerco / per le vie del mondo / nel profilo degli altri."; "Se chiamo i ricordi negli occhi / e li stringo sul petto / si fa volto il tuo pensiero / nell'ombra, senza voce."). Immodificabile Fato; e sia pure. Ma che non uccide il mito salvifico della speranza.
Tuttavia se nel capitolo, che sembra non porre interrogativi, "Quale ragione", pur introdotto dai versi acuminati (e laceranti tradizionali certezze) di Mario Luzi ("Non startene nascosto /nella tua onnipotenza") e di Lino Curci ("Noi non sapremo / in che misura tu sia un fine"), ed introdotto, per altro, da un lampo di lucido, impietoso autodafé ("Nell'aspro dissidio / tra mente e cuore / la tua presenza / ho sempre ignorato. / Ma tu nella tua ferma / pazienza hai atteso / al punto della frana / la mia resa."), come grani di un razionale rosario ("Il tempo mi piove addosso / i ricordi. Dentro / un coro di volti smarriti / si accende") si succedono riflessioni proprie dell'esperienza comune intorno all'umano destino ("quale ragione è nell'inganno / della mia catena di affanni?"), è nell'ultima sezione della raccolta ("Alla soglia") che il dolore, vissuto dentro esacerbante e ineludibile, divenuto dimensione vitale del proprio essere, si fa - con un grido più volte a stento trattenuto - singolare  ed originale preghiera; quale alla divinità s'innalza (alta e nobile nella sua umiltà) con la razionale consapevolezza di un lettore di David Maria Turoldo e insieme con l'indifeso abbandono  (ancorché deluso) di un moderno Abramo:"Sull'erta estrema della vita / il mio cammino è un filo / di lumaca, sul greto / delle morte lusinghe. / Solo /una prece affiora sul labbro./ 'Quando ti chiamo, rispondimi, / mostrami le tue vie'".
Che più, per concedere cittadinanza piena tra le balze d'Elicona a chi mostra, come Dionisio Morlacco, d'aver ben frequentato la magica fonte Ippocrene?
 
Dionisio Morlacco, Il Male delle assenze, Appolloni Editori S.r.l., Roma, 2014

                                                                              Paolo Emilio Trastulli