Ju core, ju munne, le parole di Pietro Civitareale


La recensione di Emerico Giachery

In questo libro, ci informa l’autore,«sono raccolti testi di poesia in dialetto scritti nell’ultimo quinquennio, e cioè dal 1998 al 2012, più un mannello di altri testi, risalenti agli ultimi vent’anni del secolo scorso».  Cioè Come nu suonne (1984), salutato con vivo consenso da studiosi, come Franco Trequadrini e da poeti come Alessandro Dommarco, Franco Loi, Vito Moretti (che del resto è anche un autorevole studioso), Vecchie  parole (1990), Le miele de ju mmierne (1998). Questa raccolta «recupera inoltre gran parte delle poesie apparse nella raccolta Quele che remane, stampata nel 2003 a Torino in soli trenta esemplari». Come spesso avviene, anche per Civitareale l’esperienza del poeta dialettale coesiste con l’attività del poeta in lingua.
Il dialetto abruzzese qui usato è quello natio di Vittorito, paese dell’aquilano di circa mille abitanti, da cui l’autore s’è allontanato nel pieno della giovinezza. Un dialetto, che soprattutto per il suo vocalismo (“i dolori della vita”, per esempio, sono “i delìure de la véite”) si distingue da altre parlate di poeti dialettali d’Abruzzo: dall’ortonese di Dommarco padre e figlio, dal sanvitese di Vito Moretti, dal marsicano di Walter Cianciusi, dal “mistilinguismo di area sabina” di Leandro Ugo Japadre, originario di Lucoli. In una recente, interessante lettera, Civitareale, che di poesia dialettale (per esempio dei poeti dialettali romagnoli del Novecento) è accreditato studioso, mi scrive: «non esiste, sul piano dell’oralità, un dialetto abruzzese uguale per tutti (il municipalismo è una ‘malattia’ endemica dopo 150 anni di unità nazionale); sul piano della scrittura, invece, fu a suo tempo tentata da Alfredo Luciani una koinè (codificata poi da Giannangeli in varie sedi che non ha avuto però  la fortuna che meritava, ancor meno nel nostro tempo in cui il dialetto, da lingua della quotidianità, è diventato una sorta di segnale di riconoscimento della nostra identità antropologica di fronte alla massificazione e alla degenerazione della lingua nazionale».
Per  avvertire il particolare effetto “timbrico”della parlata di Vittorito si può, intanto, “assaporare” la traduzione da un poeta caro a Civitareale, Fernando Pessoa: «Dèuce è l’arie da la sàire,/ accuscì dèuce che fa sunnà. // Ma chiù nen sacce se stienghe / sunnènne i a che serve sunnà.» (Dolce è l’aria de la sera, così dolce che fa sognare. Ma più non so se sto sognando e a che serve sognare).
Il titolo indica efficacemente l’essenza del libro. Libro “di saggezza”, non certo in senso gnomico, ancor meno come tradizionale sapienza paesana, bensì come approdo a una stagione di consapevolezza, di pia  accettazione del vivere, di pacata malinconia. Libro assai più lunare che solare; la luna, che vi compare spesso, tra i suoi innumerevoli riflessi simbolici annovera «la sensibilità dell’essere intimo abbandonato all’incanto silenzioso del suo giardino segreto», secondo André Barbault. Libro, inoltre, di squisita misura. La parola giunge alla pagine leggera, sobria. «Chenosce du’ pioppe, / vecéine a na case / che so’ come na schele / appuiate ajju ciele. // Tutte le notte ce saje / l’ànema maje, p’appènne / i suonne ajju féile / de sete de le stelle» (Conosco due pioppi, vicini ad una casa, che sono come una scala appoggiata al cielo. Tutte le notti vi sale la mia anima per appendere i sogni al filo di seta delle stelle).
 Cuore, mondo, parole, dunque: un’armonica triade. Rileggiamo questo felice attacco: «Stanne alle schìure le parole / i aspéttene che quacchedìune / je porte la lìuce». (Schìure e lìuce sono, chiaramente, buio e luce). E ancora: «Pe’ fa ju munne / ce vuonne le parole».
Un melos raccolto e sommesso vuole a volte sbocciare in canzone: «Cerchemme na canzèune / addò càntene prete i stelle» (Cerchiamo una canzone dove cantino pietre e stelle). Certi incipit sembrano attacchi di canzoni, di romanze:«Massàire ju mare va a n’amèure» (Stasera il mare è in amore); «Me vulesse murèie a primavere» (Vorrei morire in primavera). Versi brevi, spaziati, sembrano a volte emergere dal silenzio come frammenti di lirici greci: « La lìune è nu ciejje / che me cante nganne. sapienza // I, come nu ciele d’estate / me se reschiare ju core» (La luna è un uccello che mi canta in gola. E come un cielo d’estate s’illumina il mio cuore); «Te uarde ncantate, / mentre alla fenèstre / èrde contre ju sole, / come nu rame nfiore» (Ti guardo incantato mentre alla finestra ardi contro il sole come un ramo in fiore); «Ma la sàire / dentr’ajju suonne meje, / ce sta nu ciejje / che cante. I la lune» (Ma la sera, dentro il mio sogno, c’è un uccello che canta. E la luna). E questa lieve strofa ha un’andatura assorta, quasi di haiku: «I notte haje ntèise / acque i viente. / Chi sa i fiore / che se ne so cascate!» (Stanotte ho sentito pioggia e vento. Chissà quanti fiori sono caduti!).   

 Le versioni in lingua attestano quanto sia qui necessaria la “tonalità” (proprio in senso musicale) del dialetto e di “questo” dialetto. Nessuna “traduzione”, dunque, da lingua a dialetto, ma incontro non mediato, alla sorgente dell’espressività, con una lingua dell’anima.

 Pietro  Civitareale, Ju core, ju munne, le parole (Versi in dialetto abruzzese), Edizioni Cofine, Roma, 2013

Emerico Giachery