Giracéo, la lingua del cuore


La recensione di Serena Grizi

Che il sublacense, dialetto di Subiaco, abbia reso più rapide mente e penna della poetessa ce lo svela lei stessa nella nota contenuta nel libro quando, riferendosi ai primi versi di 'Lùccica/Lucciola' scrive: «E dopo questa prima composizione (...), altre ne seguirono a ruota, in un flusso incontenibile cui mi abbandonai senza riserbo».

L'autrice né nativa di Subiaco né mai vissutaci, sarà 'cercata' dalla lingua delle estati dell'infanzia fra la zia Palmira, altri parenti, il fiume Aniene, l'antico ponticello di San Francesco che lo attraversa e riconoscerà nella magnifica 'Niari/Noi' che la lingua d'un paese è 'casa', e lo è per tutta l'esistenza, quando incontrando una paesana che conosce la sente estraniarsi proferendo in un lamento: «Parlènno 'e niàri/ìce sublacensi/e de Subbjacu ìce/ca nn'ha remasu gnénte./Ma te vè 'n capu ca tu/sì' subbjacciana,/ca si giocatu co' meco/agli cuattro cantu'?» (Parlando di noi/dice sublacensi/ e di Subiaco dice/che non c'è rimasto niente./Ma non pensi che tu/sei sublacciana/che hai giocato con me/ai quattro cantoni?). Qui la scrittura stessa della lingua è significato e significante, la lingua è il paese e le strade, ma anche concetti molto più astratti come «la nostalgia di una bevuta d'acqua fredda e pura», oppure, tornando al dialetto:«(...) Comme se ìce pà, te revè/a mente?» Se il concetto d'appartenenza espresso in questa lirica divenisse nostra guida nazionale, non andremmo a reclamare patrie da genti che cercano solo un riparo per restare vive e non vanno rubando un sentimento.

Il sublacense, al quale nella lettura vanno associati forti echi gutturali, ha la capacità di rappresentare, invece, registri di grande confidenzialità e dolcezza (più per la comune matrice laziale che per altro, potremmo compararlo al monticiano delle liriche presenti, spesso, nella pagina di Controluce dedicata ai dialetti).

Dentro Giracéo ci sono storie terribili, vite intere che la poetessa sa condensare in poche righe come 'Tt'arecurdi o no?/Ti ricordi o no?' Storia di Maria che cerca Benedetto, padre dei suoi figli ma mai stato marito; una storia di guerra che può sembrare comune, ma è voce che implora pietà dalla tomba a quelli che passando avranno orecchie per ascoltare; quella di una povertà un po' fuori dal mondo di 'Ninnaò'; la riflessione più quotidiana su 'I ragazzi dell'Arco' che si sono fatti vecchi.

L'amore, approfittando del suono dialettale, riesce a diventare più dolce con chi non sa dirlo a parole ne 'La pergoletta': «Nu mme ìci mmai te óglio be',/ mmai nu sguardu d'antesa,/ nu surisu. Non sa parlà/ ssu còre téo mpeciatu,/ (...) Peróne la pergoletta me si fatta/ denanzi casa/ addó resce ju sole,/ ca sta sémpe fìurita:/ le rosellucce/ ju gersominu/ ju gricine/ me ìcianu chéllo/ ca no mme ìci tu.» Anche lo sforzo di leggere le parole ad alta voce come si trattasse d'una lingua straniera, e se non la si padroneggia a tratti lo è, ci fa più cari i luoghi che forse conosciamo per averci passato qualche bella giornata. Questa lingua madre non trova/non può trovare nella traduzione lo stesso calore dell'originale, provate a leggere 'Nzunu/Insieme'.

di Serena Grizi

da Controluce