Cu rimita menti di Salvatore Di Marco


Recensione di Nicola Fiorentino

Salvatore Di Marco, Cu rimita menti, Quaderni del “Giornale di Poesia Siciliana”. Palermo 2010.

Sarebbe limitativo definirla una semplice raccolta di testi poetici. Potremmo conside-rarla un’autoantologia, dacché l’autore vi ha riunito in tre fasi componimenti che vanno dal 1988 al 2009. Ma forse è più opportuno parlare di poemetto lirico, intanto per la sua omogeneità stilistica, ma soprattutto per una trama di ‘eventi’ interiori che attraversa tutta la scansione temporale: un canto alla vita, questa nostra avventura umana (lu cantu eternu di la vita, / dda sirinata ca Diu patri / s’ammintò a ‘ddi tempi / ca fici l’universu).
“Una lirica di forte rarefazione”: così nel ’90 Franco Brevini caratterizzò la poesia di Salvatore Di Marco. Anche Enzo Papa, nella premessa al libro, ha ripreso il termine, ma precisandone i contorni: «Lirica è, infatti, la natura di queste poesie che indulgono verso forme di vitalistica rarefazione per tanti aspetti estranee alla tradizione letteraria dialettale isolana». Poi, da ultimo, l’espressione è stata riusata da Achille Serrao che, però, si riferiva al mezzo espressivo (“condensazione e rarefazione linguistica”). Ora non c’è dubbio che nelle intenzioni dei tre valenti critici, quelle determinazioni avessero una valenza positiva, alludendo alle vaste e serene spazialità di questa poesia, aliena dalle grevi rappresentazioni e dai contrasti non risolti. Certo. Tuttavia meglio sarebbe, forse, assumere termini come decantazione, per alludere al diuturno esercizio di lima praticato dall’autore; oppure come depurazione, o raffinazione, perché, in effetti, questa poesia è totalmente priva di quelle impurità che, di solito, provocano venature di grigio nel testo, come ingombranti nodi sintattici, inadeguatezze espressive, o ritmiche, e così via. Effetto, dunque, di questo continuo lavoro di levigatura è una parola inconsunta e nuova, assoluta come quella appena pronunziata dalle labbra del Creatore.
Ed, oltre alla serica morbidezza dei materiali usati, andrebbe riconosciuto un originalissimo e raro pregio di quest’arte, vale a dire la parallela autonomia del traslato, da una parte, e degli elementi metaforizzanti, dall’altra: il che, mentre produce una profonda tridimensionalità della proiezione eidetica, offre al lettore un’appagante ‘leggibilità’ – dove però seducenti e fantasmagoriche sono le polivalenze di senso. Ben diversamente, insomma, dall’opaca e presuntuosa indecifrabilità disseminata a scialo nei testi dei tanti apprendisti stregoni che non riescono a ricomporre in superiore armonia gli elementi della realtà da loro stessi frantumata.
Un’altra caratteristica di quest’arte è la disposizione verticale di diafane visioni che a passo di danza sopraggiungono a sovrapporsi alle altre, senza per questo obliterarle: sapiente costruzione pittorico-musicale, che, accanto a quella metrico-sillabica, crea la suggestione del ritmo interiore. Un esempio:
Dda ’ffora / unni finiscinu li casi / e li strati / e ogni vucìu s’abbaca / lu celu juntu a lu vèspiru / s’arricogghi pacinziusu / li so’ nuvuli / e aspetta la sira: // iu lassu li venti e la prima luna / ca st’acchianànnu pi li summu / li trazzeri lassu / ancora russi di suli e di sipali / e mi talìu cu l’occhi chini / li timpi e li vignàla / l’ùmmira di cerzi e chiùppira / a lu funnu di cuddata // e a tia / chi hai l’oduri di lu ventu / lassu stu me’ silenziu / c’addimuru pi dda ’fora.
E sentite ora come il ritmo interiore dilati il tempo e lo spazio:
Lesta / a sfrìciu di ventu / scattìa / ‘na vuci d’aceddu, // l’occhiu fermu / di pampini russi / ‘mpatta cu l’àuti celi // finistrali d’azzolu / naca di li silenzi / e ‘na chitarra muta / pi la calura / e lu sonnu: // tempu duci / di la malinconia
.
Insomma, è la ‘narrazione’ incantata che trasporta il lettore a mezza strada tra un so-gnato sopramondo e l’Eden terrestre: una poesia che, nell’altalenare di sembianze e dissolvenze, di ombre e trasparenze, conosce l’arte di cantare la generosità del vivere e la tristezza delle porte chiuse lungo i vicoli della solitudine; che riecheggia le movenze del canto popolare accompagnate da certe inflessioni della tradizione illustre siciliana (Sapiddu si spunta); che usa con la più ‘naturale’ arditezza analogie (‘sti campani azzola), sinestesie (l’oduri biunnu di li vignali), assonanze (campìa, timpa, avvampa, chiumpi, campana – raccama, trèmulu) e raffinati fonosimbolismi (ca iunci cueta e murmurìa / pi la ciumara).
Concludendo la sua recensione a questo stesso libro, il mio caro amico Achille Serrao, recentemente scomparso, esprimeva questo giudizio: «Uno stile che fa “immediata riconoscibilità” di un’officina di poesia fra le più prestigiose, e non solo in ambito siciliano». Sì, condivido. Aggiungerei che si tratta di una poesia che si colloca degnamente ai vertici dell’attuale poesia italiana.

Nicola Fiorentino

13 settembre 2014