Na folia nt'è falacchi di Alfredo Panetta


Recensione di Sebastiano Aglieco

Il testo d'inizio di Na folia nt'è falacchi (un nido nel fango) di Alfredo Panetta (Edizioni CFR 2011, pp. 88, € 10), ci dice giá di una practica della conoscenza,"Riesco a distinguere lontano dieci metri...distinguo...avverto...so...capisco...", tutta incentrata su un fare, su un pensiero concretissimo, sulla conoscenza delle cose, delle persone, delle bestie - esempi che, certo, non possono abitare le città ma prima di tutto il ricordo vivissimo di una conoscenza trasportata nel presente, contro ogni favola, però, ogni restaurazione.

Si tratta di cogliere il senso di un essere che si cerca "cu sugn'eu ammata no' mparà" (chi sono io, non ho ancora imparato), che forse non ha ancora trovato la propria ragion d'essere malgrado i figli, il lavoro, il riscatto sociale.
Questo leggero spaesamento, però, con la naturalezza di esser parte di un vasto regno naturale in cui il rapporto con Dio non é mediato dalle categorie teologali ma da un dialogo/scontro di natura pratica, dipendente dal risultato di un certo essere/avere, che include anche la bestemmia come momento privilegiato della dialettica.
Le parole del dolore, dunque, non sono appannaggio di una galanteria formale, messe al cappio dalle forme della buona letteratura. Nella dimensione di una naturalità panica, infatti, il grido, più è alto, più conferma l'insostenibilitá e l'assoluta stoltezza del dolore. La capretta legata con corde di olivastro in una casupola mezza arrugginita, sviluppa drammaticamente, in un moto di rivolta senza possibilità di riscatto, le premesse della capra sabiana "dal viso semita"; perché, mentre in questa, la pena del vivere si stempera nella forma dell'archetipo del dolore universale, la capra di Panetta urla contro i suoi aguzzini: "Nejàtivi troji d'a Giustizia d'Omani/ vi vogghjiu guardari nta ll'occhji/annamentri m'a coju, u m'esti/a bonura 'i na vita a veniri!" :(Affrettatevi scrofe della Giustizia Umana / vi voglio guardare negli occhi / mentre muoio, che sia / la buonora di una vita a venire!), p 15.
Questo dolore avviene nello sfondo di paesaggi disseccati in cui si muovono, senza la dolcezza di "cavalli di luna e di vulcani", figure naturali e dramatis personae - molto simile, mi sembra, il clima di questa poesia, alle asperità del tutto naturali delle novelle verghiane, allo " scantu" del vivere e all'impossibilità della rivolta.
"Il mitico" che spesso riesce ancora ad emergere da una scrittura del Sud scarsamente contaminata dalle spoccherie letterarie cittadine, ha il potere residuo di spalancare finestre verso un mondo che piano piano si affievolisce e si spegne, col grave rischio di una dimenticanza, di un bruciare realmente l'umiltà o la tracotanza di saper riconoscere ancora chi siamo stati, chi non/saremo senza la nostra memoria. Si veda questa descrizione mitica, eppure realissima, al chiaro di luna:

A luna ' i "Giamperranti"

Quandu a luna si curca
arretu è cerzi 'i "Gianperranti"
pappuma ncigna u nterra
simenzi 'i panìculu.
Una esti p'o canthu du scropìu
cusì lenthu chi marteja nta ll'ossa
n'autru è p'a jornata 'i sidura
chi sulu 'u vinu si fida pummu sciuca
e na junta ntera a' fini pè l'acqua
d'a vineja chi smovi i pali du mulinu
(cusapi quantu passa 'i tandu a du matinu
cu sa' quanta farina finu all'eternità.)

Mberzù sup'o timpuni, ppizzatu
nta nu cùfalu di timpa, guarda 'u cielu
'n ziafrò. Dinta è sò occhji staju
'i jà notti, chija chi nescì mama.
p 17

(Quando la luna si corica/ dietro le querce di "Gianferrante"/ mio nonno materno comincia/ a interrare semi di granturco./ Uno è per il canto dell'assiolo/ così lento e martellante nelle ossa/ un altro è per la giornata di sudore/ che solo il vino riesce ad asciugare/ ed una manciata intera/ per l'acqua del ruscello che muove/ le pale del mulino (chissà quanta/ ne scenderà da lì fino al mattino, chissà quanta farina / fino all'eternità.)// In alto presso il colle, ficcato/ nell'incavo di un dirupo, fissa il cielo/ un ramarro. Dentro i suoi occhi abito/ da quella stessa notte, in cui nacque mia madre).

Per gente di questa generazione nata a cavallo degli anni sessanta - io sono del '61, Alfredo Panetta del '60 - e che hanno abitato la loro terra fino a un'età in cui è ancora possibile ricordare tutto e trasformare i ricordi in miti, certe scene che potrebbero apparire come quadretti campagnoli, vedi per esempio la scena del giocare a carte (jocu 'i mani), acquistano il significato di sogni nitidissimi dell'essere stati, quasi un rotocalco utile a interpretare i segni di un microcontesto dotato di una lingua parallela alla lingua scritta, difesa dai trabocchetti di un astratto pensare, dotata, piuttosto, della forma sapienziale del proverbio e di analogie strettissime.
Leggendo, per esempio, "cerzi muzzati", (querce mozzate), si ha la conferma della forte connotazione fonica di questa lingua, filastrocca infantile, o sublimazione delle parole/suono, quelle più antiche, nate per resa dell'intimo naturale, quindi dotate di anima. Anima mozzata, qui, quella delle querce del bosco di Lleri, rumorosa, il cui suono di morte appartiene alla technè, alla sega roteante che impresta lamento all'anima silenziosa, con quella spavalderia del non fare sforzo, metafora della negazione della lentezza dell'Essere, della perdita di senso del Tutto.
Ma Panetta non è cantore del mito, se non di quello psicologico della propria giovinezza. Troppo vive e nitide si presentano le sue figure per non aver perduto del tutto quella "puzza" di lontananza che ogni tanto egli evoca. E perché egli certamente sa che il senso del dialetto, oggi, lingua reminescente, si costruisce nel riconoscimento dell'attrito fra "l'orrore" atavico, la violenza dei sacrifici - nominabili solo nella parlata degli padri - e gli altri orrori, più sottili, forse, più mascherati, della modernità. Così la sua lingua non é fatta di diretto nominare - perché questa è lingua che assomiglia molto all'italiano - ma di un lavorìo sulla forma in grado di evocare la ruvidezza necessaria di un vivere in cui l'atto violento, per esempio lo strupo, se è accolto nella testimonianza di farlo apparire come mostrarsi prepotente di un mal d'esistere, rende raffinatamente espressiva la lingua:

Viju 'u sangu a pisciotti nchjianari
sjancata la striscia di gumma
tambutu nta 'n jornu quarsesi
na vita quarsesi eu vaju, Gihanti
m'arrassu d'i tò lami a pregari
pè ttia puru, nta ll'aria ch'i sali
si vesti e chijama l'umbri a rapportu
mi preparu sbrogghjiandu i capiji
ò Mbattiri.

(Vedo il sangue a flutti salire/ sbiadita la striscia di gomma/ mia tomba in un giorno qualunque/ una vita qualunque io vado, Gigante/ lontano dalle tue lame a pregare/ anche per te, nell'aria che si veste/ di sale e chiama le ombre a rapporto/ mi preparo sciogliendo i capelli/ all'Incontro).
p 23

Dov'é l'io in questi testi?
E' il corpo memoria del poeta ed è la realtà circostante che egli ben conosce. Angoli di rifugio, di attestazione, di formazione; "e i randi teniri luntani, na bbona vota!", (e gli adulti tenere lontani, una buona volta!).
Angoli al riparo dal caldo soffocante in cui la malinconia diventa pensiero creatore, pianificazione di una fuga ideale, di un voler essere autenticamente liberi senza perdere nulla di quello che siamo. In questo sdoppiamento, avvertiamo, nello stato di sentirci a parte, che ogni poeta di un qualunque Sud prima o poi scopre che la sua musa é una donna che rivolta la faccia senza mai veramente decidere verso quale punto dell'orizzonte debba indirizzare la sua parola.
Certo, Panetta le indirizza all'indietro e questo avviene perché egli sa che qualcosa è andato irrimediabilmente perduto e non é la nostra salvezza, ma una bellezza feroce che costa fatica cantare.

Alfredo Panetta, Na folia nt'è falacchi (un nido nel fango), Edizioni CFR 2011, pp. 88, € 10

Sebastiano Aglieco

11 settembre 2014