La guera der poeta di Alessandro Valentini


Recensione di Claudio Porena

Vorebbe fà un poema o usà parole / belle azzeccate indo’ gnisuna è scema, / però la mano trema e de cazzate / n’ho scritte a quintalate puro io […].

…“Parole”… “gnisuna scema”?… “Cazzate… a quintalate”?… “Puro io”?…
Cercheremo di comprendere ognuna delle tessere di questo stralcio di dedica (“Rondò Valentiniano”) vergato di pugno autoriale e offerto al sottoscritto congiuntamente a una copia del libro che andiamo a recensire: Alessandro Valentini, La guera der poeta, Roma, Edizioni Progetto Cultura, 2014, 254 pp., € 15,00 (disegni di Emanuele Califano Lidak).
Il libro è il primo vero esordio editoriale di Valentini, una delle giovani voci più significative e schiette nel panorama della poesia romanesca attuale. Consta di sei sezioni tematiche, cinque delle quali introdotte ciascuna da un diverso prefatore e da pregevoli disegni di Emanuele Califano Lidak: Penzieri dar core (pref. Renato Merlino), Penne avvelenate (pref. Maurizio Marcelli), Tanto pe ride (pref. Giovanni Di Girolamo), Ferite (pref. Claudio Porena), Stregonerie (pref. Paolo Procaccini), …Trilussa me spiccia casa (nota conclusiva dell’Autore).
«Molti scrivono per uscire dalla realtà, io lo faccio per entrarci ancora di più e con ancora più grinta» (Valentini, p. 5), ascoltando, memorizzando, mettendo in opera «gli insegnamenti, volontari o meno, e i consigli di persone colte o semplicemente più grandi di me. Il tutto senza scendere mai a compromessi» (Id., p. 6). Di qui la scelta coerente del dialetto, perché il dialetto «è appartenenza, è passione, è portare avanti valori e tradizioni per come c’è stato insegnato» (Id., p. 6).
L’Autore, «indiscusso artista ed interprete verace» (Di Girolamo, p. 91), cui non mancano «perfezione stilistica e… profondità ispirativa» (Id., p. 89), nonché «il talento, che è la naturale facilità di fare qualcosa con gli adeguati strumenti» (Procaccini, p. 161), «è un uomo coraggioso e per questo è un poeta» (Id., pp. 161-62) che non tradisce il «profondo scopo della poesia, che è quello di suscitare emozioni» (Id., p. 162).
Valentini, «abile condottiero e diplomatico, insieme, e con piglio che può forse, a taluni dei troppi permalosi, apparire a tratti fiero e presuntuoso, in contrasto con la sua natura invece tanto profondamente valorosa nobile gentile generosa e umana, quanto – non leziosamente – umile» (Po-rena, p. 119), vede il mondo «gravido di speranza come in tutte le visioni tragiche della vita: la presa di coscienza del “male di vivere” è il principale reagente di ogni forte positività» (Id., p. 120).
«Le persone intelligenti sono quelle che usano la modestia e la disponibilità come armi, che poi si rivelano letali: riescono così dove i presuntuosi falliscono» (Marcelli, p. 46). Nelle sue poesie c’è costantemente «l’espressione della sua rabbia, della sua voglia di dire e fare, di sbugiardare, di dileggiare, di deridere il sistema e chi lo sostiene […]. La satira è didattica: serve a imparare. Sandro vorrebbe cambiare le persone “da dentro”, sollecitando una presa di coscienza autonoma ma condivisa…» (Id., p. 45), con un coraggio che colpisce indistintamente corruzione, servilismo, avidità, ingiustizia, «castiga tutti i nostri difetti… Denuncia tutto…» (Merlino, p. 11), persino la presunzione degli stessi poeti, pur nella convinzione che – dice l’Autore – «dal momento che scrivono porci e cani…» (p. 7), «se tutti quelli come me non pubblicassero almeno un libro, non rimarrebbe traccia degli insegnamenti ricevuti e i cultori del “romanaccio” o del gergo passerebbero per maestri del dialetto» (p. 207), non si lascerebbe «un segno degli insegnamenti ricevuti». Se così fosse, finirebbe tutto e tutto sarebbe lecito «e, se tutto è lecito, la risposta a tutti, nel bene e nel male è…» (p. 209).

Danni n’ho fatti e manco me ne pento
perché, sì, ce lo so, quanno che sbrocco
la coccia nun se ferma, va a trecento
e ’nvece d’annà avanti locco locco
appiccio quela bestia che ciò drento
e faccio la figura dell’allocco.
Mo abbasta che me fermo pe un momento,
me spegno, ce raggiono, nun imbocco
a fà certe cazzate da sbruffone.
Le scrivo, nun fo danni e si puranco
parte er penziero de la ribbejone
io lotto cor cervello, che sò stanco
de core a vòto e… penza che cojone!
Bastava avé ’na penna e un fojo bianco.

Parole…” In ben 169 componimenti certo è difficile non trovare una parola di troppo o fuori luogo, una parola “scema”, una o più parole in cui cioè venga meno la potenza poetica e che abbassino il tenore e la tenuta dell’intera raccolta. Che cosa però dovrebbe indurre ad una scrematura spietata? Forse una maggiore disaffezione del “genitore” verso le proprie “creature”, giacché un certo distacco autocritico deve poter senz’altro far parte del corredo caleidoscopico di un valido autore. Forse una vasta conoscenza del già detto, accompagnata da intelligenza e sensibilità, giacché tali requisiti possono ridurre di gran lunga il ventaglio delle eventuali (vitandae) “ingenuità” letterarie e degli eventuali (vitandi) luoghi comuni, a vantaggio – auspicalmente – della originalità e forza e-spressive e immaginifiche. Forse una consumata esperienza alle spalle, quell’esperienza che fa di almeno – diciamo – quarant’anni di poesia pregressa il profilo di un poeta ancora giovane… Forse, cumulativamente, sia il distacco autocritico sia l’ampiezza e varietà delle letture sia anche gli anni di esperienza, eventualmente sommati ad altre variabili più o meno incognite, e soprattutto in presenza di una precisa, esigente, consapevolezza al riguardo, aiuteranno il poeta o l’aspirante tale – se egli lo vorrà – a non perdersi più in chiacchiere “sceme” e dilettantesche e in “cazzate a quintalate”… Come “pure” molti di noi…

Claudio Porena

7 settembre 2014