Nel lusso e nell'incuria di Fernanda Ferraresso


Nota di lettura di Anna Maria Curci

 Il titolo della raccolta di Fernanda Ferraresso pubblicata da Terra d’ulivi, Nel lusso e nell’incuria,  annuncia – e non tradirà le aspettative – che la poesia si muove qui in una materia complessa, a volte ruvida, a volte scivolosa, a scovare e a mostrare l’ingombro del superfluo così come l’ammasso stipato dall’incuria. Si tratta di una scelta rischiosa e responsabile allo stesso tempo; non ignora l’azzardo dell’affiancare opposti e rivendica per sé la facoltà del discernimento, non per pronunciare il verdetto conclusivo di un processo, ma per rinnovare un impegno tenace, non per far sì che chi legge si culli nella ‘delega della coscienza’,  bensì per sollecitarne la vigilanza.

Si avvale, la poesia, di un lavoro svolto con consapevolezza e cura sulla scelta dei termini e sul loro concatenarsi, intrecciando significati diversi e non di rado di segno contrario per mezzo dell’aggiunta o della sottrazione di una lettera o di un’intera sillaba, di un cambio di vocale, o, ancora, di un anagramma, come nel verso che ritengo centrale: «tutto è irto rito nell’eterno flusso».
Elementi architettonici, parti di ingranaggi, arredi e oggetti domestici popolano lo spettro ampio delle immagini, hanno artigli e riserve, compongono «nazioni e nozioni»; colei che le sceglie non fa sfoggio di facile virtuosismo, ma palesa l’intenzione di definirle già nella scelta del termine preciso ancorché desueto.
I testi, con versi di varia lunghezza e con passaggi che hanno il respiro della prosa, non si dilettano con paesaggi metafisici, ma additano le conseguenze dell’accumulo ingordo e indiscriminato: «Stanze di raccolta / in serie ciò che non serve ciò che si rifà / come una riga di scrittura radiata / cancellata e poi di seguito annerita: / sillabe senza domande».

Si pone e pone domande, invece, l’io poetico, sul tempo e sulla storia, sui passi degli umani nella storia individuale e comune, sul peso di ciascuno di quei fatidici cento passi – non menzionata, scava tuttavia la memoria di Peppino Impastato – moltiplicati o, ancora, frazionati, frantumati «nel lusso e nell’incuria». (amc)
* * *
Sono nata dentro il volo
volto di mia madre
sono cresciuta dentro un voto
vuoto di esistenza
me ne stavo distesa tra gli oscuri
movimenti delle labbra
dove la notte inventa
invena la parola
nel latte me ne stavo rinchiusa
in uno dei suoi insostenibili silenzi
ero un alito del suo respiro
acceso accesso di ali e zampe di uccelli
tempo che lei ha soffiato in me
dal suo al mio sangue.
Ora sto per strada
dentro la pietra di ogni cosa
pietraparola focaia
senza posizione
composta e traguardata
da organi e sensi
dentro questo mio oscuro universo
di circuiti affetti
da paura e fantasmi che mi navigano in corpo
senza essere che sangue
una sequenza inesausta di battute voci
di un sole che si accende e si spegne
infesta di passioni.
Ombre solo figure
un movimento in cui mi perdo.
(dalla sezione La madia di Maya, p. 7)
 
*
 Da frammenti
da perdute dimore, luoghi nell’essere
senza sapere dove
Me ne stavo lì, impietrita.
Sulla porta d’ingresso del manicomio.
Non mi decidevo ad andarmene.
La terra ruota intorno al suo sole, sfidando la cronologia delle
ore. Ripida evolvente spira le battute del viaggio verso ciò che istantanea nella vita di un uomo sembra l’andare,
senza ritorno se non in altri uomini senza memoria del
sempre, dell’ancora.
Così io. Mi sentivo dentro la pietra, tra i denti della ghiera che
girava attorno al fulcro di un’apertura.
Quella porta mi ributtava ai silenzi del mondo,
là dove le parole corrono veloci di bocca in bocca senza
avvelenare chi le raccatta. Sempre assolutamente
vuote. Sempre assolutamente allineabili.
Punti di uno stesso righello mettono insieme P con P,
ordinate, infallibili, sollevando ascisse geometricamente
antecedenti a qualunque altra misura.
(dalla sezione La madia di Maya, p. 17)
*
Perché noi
noi eravamo
ed eravamo belli
se bello è il nome che entrambi potevamo indossare
la nudità era
il nostro giardino
e l’acqua e il vento
le nostre parole di terra quando il cielo in essa si immergeva.
noi eravamo
noi eravamo d i v i s i un volto unico
un volo dentro l’asse in un precipizio senza paure
noi
eravamo un dio
senza premura di un assalto
senza doveri e senza dover compiere alcun salto
noi non vedevamo la morte
non ci nutrivamo di parole cosmiche
le stelle erano il nostro pane
erano l’ordine insuperabile.
(dalla sezione La madia di Maya, p. 26)
*
Il tempo giusto
disse
e quando è maturo
il nostro tempo
e quanto è il tempo che è nostro
da dove viene il momento esatto e il tempo giusto
dove ci porta senza che si sappia la rotta
come fa il tempo a venire da noi
a trovarci con certezza
portandoci la dose d’amore
odio e rancore che serve per farci cambiare
per farci decidere di andarcene da qui
per un luogo che non ha più questo tempo.
Chi sarà mai il padrone del tempo
e dove è situato il suo regno
se è il regno di un dio
di un disperato o di un povero
non interessa saperlo
ciò che conta è attraversarlo
lasciandosi passare attraverso
ciò che ha importanza è non dargli l’importanza
cosicché questa vita duri esattamente il ciclo per essere
ciò che non si sapeva di potere.
(dalla sezione Nel lusso e nell’incuria, p. 35)
*
All’orlo
quale è il peso
di cento passi?
Nella storia dell’uomo quale è il peso del suo?
Cento mille
milioni di uomini
passati
in una linea
la soma è somma
ieri
(dalla sezione Nel lusso e nell’incuria, p. 39)
*
Non guardarmi
mi è cresciuto il prato sulla faccia
l’erba ha curvato i pensieri
facendoli radici e alle nuvole
ha legato i capelli ai rami le mie mani
e i piedi sono fitti un viavai d’insetti
ho una larva di bruco dentro il petto
ingrossa e scava quella grotta di silenzio
solo una goccia
d’acqua mi rinnova
se la pioggia lenta m’intrufola
tra questi schermi di marmo
dove l’amore è una discesa all’inferno
e tu strofini nei mie vuoti un fazzoletto sporco
di terra un tempo che non riconosco
qui sono
la soluzione dell’enigma
(dalla sezione Nel lusso e nell’incuria, p. 105)
2014-08-21