Recensione di Sebastiano Aglieco a Dialettututtu di Giuseppe Samperi




"La poesia tutta è lingua della non comunicazione": Giuseppe Samperi in una nota a "Dialettututtu". E sembrerebbe affermazione sconcertante considerando il fatto che il dialetto è lingua diretta, senza orpelli, radicata nella parlata, consustanziale alle cose che si dicono e si pensano, quasi sempre senza possibilità di scampo. Tutta la polemica contro il cosiddetto minimalismo, la tendenza, cioè, ad abbassare il tono, quasi riducendosi alla nominazione pura, dimentica gli effetti concretissimi del dialetto, il legame indissolubile con le cose, col pensiero che si fa concretezza e altro non desidera, fuori dalla realtà bruta del mondo.

Eppure il concretissimo Samperi intuisce che le cose non sono la lingua ma è la lingua che le accoglie: "su chiovi na cirasa po spuntari / a paggina unnici", "se piove una ciliegia può spuntare / a pagina undici". Forse in questo senso è da intendersi anche il neologismo rafforzativo che contraddistingue questa raccolta vincitrice del premio Ischitella 2014, così come la tendenza a fornire, in traduzione, varianti dello stesso lemma, a sottolineare la presenza, nel dialetto, di sfumature non riducibili a una sola voce, tratto già messo in evidenza da Mario Grasso a proposito di "Sarmenti scattiati", il libro di esordio di Samperi.

E se in quel libro il dialetto scaturiva in funzione votiva per la scomparsa del padre, anzi, proprio di questa scomparsa faceva la propria musa, in questo troviamo la presenza di una figlia, quindi ancora di un padre, e la proclamazione di una lingua, "dialettututtu", entro cui si situa l'esperienza dell'abitare una propria terra elettiva.

La lingua, qui, lingua della poesia, non è dovuta solo alle proprie origini, al lascito del padre e della madre, ma forse, soprattutto, ai maestri, perché chi scrive poesia in dialetto non può alimentarsi solo della parlata, di una presunta e improbabile preservazione di quanto la modernità va tragicamente disperdendo. Ogni poeta ha il compito di cercare la propria lingua, le parole più corrispondenti al proprio sostrato culturale e antropologico, sapendo che ci sono parole che mancheranno sempre, da inventare senza fantasia, da scrivere e pronunciare senza il desiderio di sentire parole nuove.

In "Dialettututtu" sentiamo quella assoluta sincerità, quella direzione frontale che ci aspettiamo dalla parlata ma senza che questa diventi memoria, piuttosto spina che punge il presente.

Giuseppe Samperi, Dialettututtu, Edizioni Cofine 2014

Sebastiano Aglieco

23 luglio 2014