Bambine meridiane di Maria Grazia Cabras


La recensione alla raccolta poetica bilingue (italiano e sardo nuorese) di Vincenzo Luciani

 Della poesia di Maria Grazia Cabras ci occupammo nel numero 60 di “Periferie” antologizzando da Canto a soprano (Gazebo, 2010) quattro poesie, tutte in lingua locale, tratte dal suo libro bilingue (italiano e sardo nuorese).

A distanza di quattro anni la poetessa offre una nuova positiva prova di sé con la raccolta, ancora una volta bilingue Bambine meridiane (Gazebo, 2014).
La prima e più cospicua parte del libro è composta di poesie in lingua italiana, tutte brevi e di versi brevi (spesso trisillabi, con cui ama concludere più di un componimento), in cui frequenti sono gli interrogativi, rari, essenziali e sorprendenti gli aggettivi, poesie che si aprono a subitanee accensioni: nella stanza vizza / indugia il tempo // qualcosa dirime oscuri impasti // dentro l’armadio / vestine ammutinate.
Molto bella la poesia in cui si affaccia misteriosamente una delle bambine di cui al titolo della silloge: la piccola casa lassù / la fonte // misura polsi all’aria / lega nubi a foglie / sillaba semi / la bambina meridiana. Nessuna parola è superflua nei brevi componimenti della Cabras. Ad ogni verso corrisponde un’immagine che ci introduce alla conoscenza di questa straordinaria bambina.
E il mistero si accresce in poesie come questa: né principio né fine / può avere il nostro / stare al mondo / cercando un senso / tra bulbi / di parole asciutte // giù in fondo il respiro / attende una mano / fatta lume. Infine segnalo una poesia che forse è una chiave importante dell’intera raccolta e che congiunge i testi in italiano a quelli in nuorese: ànemos / fluire delle labbra / ponte del dire (del non dire?) // ferita e cura / germoglio dell’attesa / castità della radice.
Limba de focu e radichinas (Lingua di fuoco e radici) è il titolo della sezione in lingua nuorese, che maggiormente ci ha appassionato e che costituisce il tramite che lega l’autrice ai misteri ancestrali che la lingua materna rievoca e fa rivivere: sa limba nostra est prena e bódia che unu menhir chin / s’umbra sua, che-i s’abissu fundu de sos nuraches / si moghet in tundu che-i su ballu: ballu ’e ànimas / faveddat sonat sa limba e contat (la nostra lingua è piena e vuota come un menhir con / la sua ombra, è il fondo abissale dei nuraghi / si muove in tondo come il ballo: ballo d’anime / parla risuona la lingua e racconta).
La seconda parte della raccolta,caratterizzata da una lingua più terragna e carnale, da versi estremamente lunghi (di fatto dei prosimetri, ad eccezione di una), è un poemetto. In esso emergono riti e miti e turbate memorie infantili, popolate di presenze di defunti e del loro culto (Su mortu mortu), di Mamas de su sole (creature della fantasia popolare evocate dai genitori per impaurire i bambini, evitando che uscissero nei pomeriggi assolati d’estate), di Janas (fate, maghe), di s’ómine-mamutone (abitatore di un nuraghe), e di un demone meridiano (su diáulu chin s’ispricu, il diavolo con lo specchio) che suggestiona bambine visionarie, altrettanto meridiane, che attendono trepide il suo manifestarsi in “fughit fughit galu” (fugge fugge ancora) la composizione, quasi tutta in italiano, posta a conclusione di questo libro di cui consigliamo la lettura:
 
tutte insieme intorno al cerchio, quasi un focolare nel cortile incolto, intente a scavare una piccola buca in terra, la terra secca del mese di Luglio
 
– tornate a casa, a cust’ora sas Mamas de su sole vi portano via! – grida una donna dal balcone
 
ma noi, qui: Francesca, Antonia, Anna ed io sappiamo che le Mamme del sole sono “animulae” di fiori, accordano nell’aria le voci del vento e non ci spaventano proprio, anzi vorremmo unirci al loro volo, ma questo è un segreto di magie che non confidiamo a nessuno
 
così un coccio di vetro smussato e la cartina d’argento che ricopriva un cioccolato, danno inizio al gioco
 
il batticuore aumenta via via che scaviamo in profondità, un po’con le pietre un po’con le mani, noi  – bambine meridiane – in attesa dell’attimo in cui verrà alla luce la bocca della terra
allora Antonia sistema il frammento di vetro nella cavità, Anna ripone con delicatezza la carta argentata sopra il vetro e Francesca, la più grande, impone a tutte il silenzio mentre i nostri occhi sprofondano nell’antro
 
ssssssst…
qualche minuto trascorre                              
 
 
poi
un movimento di ciglia, il tocco di una mano, la gamba che si sposta dal sedile in pietra divenuto scomodo, ed ecco esplodere l’allegria!
Risa, gesti e girotondi annunciano l’accaduto: tutte davvero tutte abbiamo visto passare il diavolo sottoterra… il diavolo e la sua rossa coda!
           
fughit fughit su diáulu chin s’ispricu chin su bentu chin sa luna chin sa prata
fugge fugge il diavolo con lo specchio con il vento con la luna con l’argento
 
ssssssssssssss…
 
 
Maria Grazia Cabras è nata nel 1954 a Nuoro. Ha conseguito il diploma in Neogreco presso il Dipartimento di Lingue Straniere dell’Università di Atene, città in cui ha vissuto per molti anni lavorando come interprete e traduttrice. Ha pubblicato i volumi di versi Viaggio sentimentale tra Grecia e Italia (2004), Erranza consumata (Gazebo, 2007), Canto a soprano (Gazebo, 2010) e il libretto musicale Fuochi di stelle dure, cinque ballate e un attittu (coautore Loretto Mattonai, Gazebo, 2011). Ha tradotto il racconto di Alexandros Papadiamantis “Tó nisí tís Ouranítsas” dal neogreco in lingua sarda (Ed. Papiros, 1994).
È redattrice della rivista “L’area di Broca”.
 
Vincenzo Luciani
 
23 luglio 2014