Dialettututtu di Giuseppe Samperi


La recensione di Ombretta Ciurnelli

Il rapporto genitori-figli, indagato nella letteratura, nell’arte e nel cinema con implicazioni diverse a seconda dei tempi e delle situazioni, è un tema che attraversa anche la poesia del siciliano Giuseppe Samperi. Nella sua prima raccolta, “Sarmenti Scattiati” (Catania, Prova d’autore 1999), tra nostalgia e memoria, egli intesse un intenso dialogo con il padre scomparso, come appare in alcuni versi della lirica “Duellu Sinceru”: dda picciuttanza murrutusa / ppi ’na vintata di fumu
/ cchê to’ paroli si sciarriava.
// Ora ca mi luvasti ’u disturbu
 […] e mi rrialasti u cumannu…
// dimmi, pa’,
senza ’i nostri custioni
/ a cu’ ci aju comu sinceru sfidanti?
// Senza i nostri armistizi
/ cchi sapuri avi
/ ’sta fimminina vita? (quella giovinezza irrequieta / per una ventata di fumo/ con le tue parole si bisticciava. // Ora che mi hai tolto il disturbo […]e mi hai regalato il comando… // dimmi, pa’, / senza le nostre liti / chi ho come sincero sfidante? // Senza i nostri armistizi / che sapore ha / questa femminea vita?).
 
A distanza di quindici anni, nella silloge “Dialettututtu” (Roma, Cofine 2014) con cui si è aggiudicato il Premio “Città di Ischitella-Pietro Giannone”, Samperi torna a riflettere su questo tema, ma da un’ottica diversa: il figlio di “Sarmenti scattiati” è ormai divenuto padre e si abbandona a un intimo colloquio con la piccola figlia. Al rimpianto del padre scomparso, al ricordo di irrequietezze giovanili, di scelte e di speranze disattese si sostituisce un’amorevole tenerezza frammista a un’ansia vissuta tra il desiderio di proteggere e quello di svelare le trappole e i pericoli della vita, la morte, le simulazioni e i falsi allettamenti del tempo: Comu fazzu a diritillu
 / figghia ca non truzzi spini pirchí ti punci / curri ntuttuna, caschi e t’astruppii (Come faccio a dirtelo / figlia che non sfiori spine perché ti pungi / corri d’un tratto, cadi e ti fai male)? In una sintassi serrata, che procede spesso per asindeto, si rincorrono domande senza risposta e a dominare sono il senso della finitezza e la consapevolezza di una lotta perduta: Vincisti tu, allargu i vrazza, m’arrennu, / vincisti tu, vita, tu, morti, tu ddiu
 / o chiddu casissì.
 Sulu ppi curiusità: era na guerra, / ’n gnocu, na scummissa? (Hai vinto tu, allargo le braccia, mi arrendo, / hai vinto tu, vita, tu, morte, tu dio / o chiunque tu sia. / Solo per curiosità: era una guerra, / un gioco, una scommessa?).
Come proporsi a un figlio se si pensa di essere (o di essere considerato) un mancianeuli (mangianuvole)  che ha voluto mpastari paroli e vita (impastare parole e vita), ancora immerso in contraddizioni irrisolte e confessate in un’impietosa autocritica? Essere (o piuttosto percepirsi) come aria sbintata, acqua / siccagna, focu ttrunzatu […] nzita can un pigghia  (aria sfiatata, acqua arida / fuoco intirizzito […] innesto che non prende), o menzu omu ppizzatu (mezzo uomo fallito), quali certezze può dare, quali sicurezze può offrire? E quale vita può consegnare un padre a un figlio? Solo bbutuliata d’arburu / taccagnu di fruttu (scuotimento d’albero / taccagno di frutto). Se il padre di “Sarmenti scattiati”  e dei racconti de “La bottega del non fare & altri racconti” (Castel di Iudica, Edizioni del Calatino 2012) faceva crescere la sua vigna per garantire al proprio figlio un futuro migliore, quello di “Dialettututtu” è un padre che non sa offrire certezze, dominato da un senso di impotenza che si risolve in una lirica pensosità sospesa tra radici e sogno, tra un tempo agreste, fatto di viti, sarmenti, mani callose e un presente-futuro in cui non si può che constatare rabbiosamente come l’omu ca vinni prima / s’âva mmuccatu tuttu a picca a picca [e] pigghiatu dâ lupa, dô vermi tagghiarinu / n’âva lassatu nenti ppê so figghi (l’uomo che è venuto prima / si è mangiato tutto a poco a poco [e] preso dalla lupa, dal verme taglierino / non ha lasciato niente per i suoi figli).
 
Si coglie in questi versi l’eco della crisi profonda del nostro tempo che è all’origine della fragilità e del senso di precarietà così diffusi tra giovani e meno giovani. In tale dimensione l’Autore intravede una via di fuga nel sogno, magari al mattino
 quannu zzubbagghia ’a cuscenza / e ’a nsirragghiata è calata (quando ‘dorme di grosso’ la coscienza / e la serranda è abbassata), o in una vita vissuta come  «amabile follia»; nel 2011, nel dedicare alla figlia che stava per nascere la raccolta in lingua italiana “Il miliardesimo maratoneta” (Castel di Iudica, Edizioni del Calatino), Samperi formulava per lei questo augurio:  «che questa vita involontaria / possa esserti maratona / volontaria e gioiosa, / senso e ragione / (o amabile follia) / d’essere vissuta». Ma queste speranze in “Dialettututtu” mostrano più volte la loro fragilità, anche se in una pagina di una terra ormai messa a riposo (nnâ maisa) potrà un giorno piovere una cirasa (ciliegia), quasi tistuzza rrussigna / d’arfabbetu primmintìu (testolina rosseggiante / d’alfabeto primaticcio).
 
Samperi dedica il suo canto anche alla sua terra, la piana del Calatino, dominata dall’Etna: una terra matri / sdisiccata, /  vava ’i ntuppateddi / stinnuta nnô sciroccu (terra madre / rinsecchita / bava di lumachine in letargo / stesa nello scirocco), arida e brulla, anche se capace di esprimersi nella dolcezza dei suoi frutti; una terra scunsulata e siccagna (sconsolata e arida) che lo stringe a sé con un legaccio stregone(liami mavara), che tarpa le ali a sogni di fuga, perché cii su’ rradichi zzuccuna […] ca mancu fesi, erfici / e patriamuri a puzzuni / ponu scippari  (ci sono radici grossi  ceppi  […] che neppure beccastrino, erpici / e padreamore a capo chino / possono strappare); una terra aspra, disegnata a tinte forti, con la stregoneria (Mavaria) che incombe implacabile e che assume tratti quasi antropomorfi: Occhipizzuti, / Ranni matri, Terra scunsulata e siccagna, / Ianchi linzola ppi ccu senti friddu e abbampa (occhi aguzzi, grande madre, terra sconsolata e arida / bianche lenzuola per chi sente freddo e avvampa). Quella di Samperi è una terra vissuta in un rapporto intenso e sofferto che tradisce la sostanziale difficoltà del viaggio.
 
Capace di esprimere questo legame può essere solo il dialetto, dda parola nannava (quella parola primogenita [ancestrale]), come era solito dire l’amico-poeta Vito Tartaro cui Samperi dedica tre liriche. Il dialetto usato da Samperi è una lingua «di parole forti e chiuse senza speranza nelle vocali finali, suoni che riecheggiano l’anima del popolo che le ha “macerate” in bocca, gente di poche e pesanti parole, gravide di tutta la forza d’una terra isolana spaccata dal sole» (Loredana Semantica in “Blanc de ta nuque”). Ma può essere che in una sera, sotto neuli scapistrati (nuvole scapestrate), la terra della piana del Calatino si sciolga nel dialetto e il mondo appaia dialettututtu, parola-immagine in cui si manifesta con forza il rapporto intimo e profondo con una lingua che Samperi piega a esprimere rasposità e asprezze e, al tempo stesso, i toni intimi e colloquiali dell’immaginario dialogo con la figlia, punteggiato frequentemente da sillabazioni allitteranti, che ricordano il parlare degli adulti ai bambini e conferiscono ritmo e musicalità ai versi.  Si può parlare in proposito di una sperimentazione linguistica in cui l’Autore accorpa parole: menzumunnu (mezzomondo), munnumunnu (mondomondo [in giro per il mondo]), cchiappacchiappa (prendi prendi), cuntannucuntannu, o crea parole-ossimoro di notevole forza espressiva: vitamorti (vita morte), spertibabbi (espertistupidi), autavascia (altabassa), rriccunapuvureddi (ricconipoverelli).
 
Gian Luigi Beccaria sostiene che nella scrittura letteraria ogni autore ha per lo più «inventato non imitato» un dialetto effettivamente parlato e ci sembra che tale affermazione, per questo aspetto sperimentale di “Dialettututtu”, possa valere anche per Giuseppe Samperi, nelle cui liriche è dato cogliere la capacità evocativa della parola poetica.
 

Infine una piccola nota sulla traduzione in lingua. L’Autore dichiara di essersi attenuto, quanto più possibile, a una versione letterale, ma l’intraducibilità o la polisemia di lemmi o di  espressioni idiomatiche lo hanno indotto a riportare nella traduzione in calce, oltre al significato letterale, anche quello traslato. Ciò se permette al lettore di percepire meglio lo scarto tra lingua dialettale e lingua veicolare, non consente che il testo in lingua abbia una vita poetica propria.  

Giuseppe Samperi, Dialettututtu, Roma, Edizioni Cofine 2014

Ombretta Ciurnelli

22 luglio 2014