Paesaggio e memoria nella poesia di Marino Monti


Una recensione di Ombretta Ciurnelli alla raccolta 'Int e’ zét dal mi calér'

Nell’ultima raccolta del poeta romagnolo Marino Monti (Int e’ zét dal mi calér, Novara, Interlinea 2014) domina un profondo sentimento della natura in una una poesia del paesaggio che non vuole essere una «preziosa cartolina d’antan», come afferma Manuel Choen nel rilevare che Monti è un poeta «che della natura – sua propria e della sua terra – ha scansione e ritmo, e ne avverte anche i meno avvertiti, i microscopici fenomeni cosmici e atmosferici».
Suggestioni e percezioni si stemperano in frammenti lirici in cui memorie, luoghi e atmosfere sono inscindibili e insieme costruiscono la trama di un racconto non lineare, ma ricorsivo attraverso richiami e continue variazioni in cui la natura, in una dimensione visiva e visionaria, diviene eco di memorie e specchio partecipe di sentimenti ed emozioni,. Quelli narrati dall’Autore sono piccoli eventi legati ai tempi meteorologici, alle stagioni o ai vari momenti del giorno, colti nel ciclico alternarsi che domina il nostro vivere, così come canta “L’Ecclesiaste”:il sole sorge e il sole tramonta,
/ si affretta verso il luogo da dove risorgerà. / Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; /
gira e rigira /
e sopra i suoi giri il vento ritorna.
E’ són dla nôt (il sonno della notte) o e’ sol che bala / sóra al stópi (il sole che balla / sulle stoppie), un zét d’inveéan (un silenzio d’inverno), dei fiur biench / int l’éiba (fiori bianchi nell’alba) o le gózal d’un sghet / ad lona (gocce di uno spicchio / di luna) sono per Monti “piccoli tempi” del tempo, attimi che risvegliano in modo a volte sfumato, altre volte non privo di realismo, memorie legate agli affetti, alla campagna, al duro lavoro dei campi. In questo senso si può dire che la poesia di Monti sia per lo più poesia d’occasione (e l’espressione non suoni riduttiva o irriverente!) e che sfugga, quindi, a un organico progetto strutturale; così le liriche non sono inserite in sezioni che toglierebbero slancio a una poesia impressionista capace di fissare l’attimo fuggente - memoriale e paesaggistico al tempo stesso – creando nel suo procedere immagini-ricordi.
La natura di Monti sembra avere occhi e respiri - una malincunì / int j óc d’una tëra / lasêda a inciôn (una malinconia / negli occhi di una terra / abbandonata a se stessa), un rispir gròs / l’ha la tëra / ch’u t’ s’ infila / int e’ sangv (un respiro affaticato / ha la terra, / che penetra / nel sangue) - e la personificazione di luoghi e atmosfere ne esprime le profonde vibrazioni. In tale dimensione le parole diventano brusii del tempo, significanti evocativi, in un’acronia cui si accompagna un uso insistito della similitudine o di efficaci metafore, come testimoniano questi frammenti: gózal d’un sghet / ad lona (gocce di uno spicchio di luna), e’ zigh d’un vol ad pass / l’è l’ânma d’un viaz / int al mân d’un vèc (lo strillo di un volo di passo / è l’anima di un viaggio / sulle mani di un vecchio), al gózal / al s’arvôlta int al pscól (le gocce / fanno capriole nelle pozzanghere).
La percezione è sinestetica, sulla scia di tanta poesia tra Ottocento e Novecento; in questo modo, attraverso la corrispondenza di elementi visivi, tattili e uditivi, è dato cogliere sia l’essenza profonda di luoghi e cose sia le relazioni che legano il mondo interiore a quello esterno. L’iniziale suggestione può, inoltre, espandersi e arricchirsi di sottili sfumature: ed ecco un fugh ad vôs (un fuoco di voci) o l’udor ad vôsi / duri (l’odore di voci /dure) o parôl e pinsir /ch’j ha un rispir / ad gvaza / ad pórbia / un prufom d’ómbri (parole e pensieri / che hanno un respiro / di rugiada, / di polvere, / un profumo di ombre).
L’impressionismo della rappresentazione è sottolineato dallo stile nominale e, in particolare, dall’uso frequente dell’infinito nominale che dilata nello spazio e nel tempo percezioni e immagini, in un procedere per asindeto, con una frantumazione del ritmo marcata dalla scelta di versi liberi, spesso ipometri, da frequenti enjambement e solo alcune volte anche dall’assenza di punteggiatura. Ne sono emblematico esempio due brevi liriche, caratterizzate da un procedere analogico e per frammenti: “Un dil ad lâna” e “Vul d’éli”: Tajé / cun e’ vent / che fil ad lâna / guardé / par dlà / indo che tót / u s’ scanzëla (Tagliare / con il vento / quel filo di lana / guardare / oltre / dove tutto / si cancella); Vul d’éli / scvizé vi / d’int l’éra. / Una bòta / ad culùr, / pnilêda / impaurida / d’una vita / brusêda (Voli d’ali / schizzati via / dall’aia. / Un colpo / di colori, / pennellata / impaurita / di una vita / bruciata).
Silenzio e memoria modulano con continue variazioni la raccolta di Marino Monti: l’óra di ricurd / la j è / int al parôl / ch’agli ariva / a la zenta de’ tu côr / int e’ zèt / d’una fila / d’arziprés (l’ora dei ricordi / è / nelle parole / che raggiungono le persone / del tuo cuore / nel silenzio / di una fila / di cipressi). C’è il silenzio delle albe, quello delle ombre, quello del tramonto… Il silenzio è immaginazione, è ascolto profondo di sé, è fuga dalla disarmonia che toglie respiro alla terra e, in una dimensione metapoetica, le parole altro non sono che la poesia. Significativa in tal senso “Int e’ fé dla sera”, l’ultima lirica della raccolta: Cvânt / al vôs / al môr, / int e’ fé dla sera, / sol e’ zet / l’ha parôl (Quando / le voci / muoiono, / nel tramonto, / solo il silenzio / ha parole).
I luoghi-memoria di Marino Monti, come in precedenti raccolte, sono legati alla campagna: le cime dei suoi greppi, i campi, le carraie, le punte di strame, le distese gialle dei campi, una cavedagna, le case in cui entra il profumo di una terra che vive e respira tra calér e calér (carraie e carraie), una terra a cui i suoi vecchi j ha lasé agli utum parôl (hanno lasciato le ultime parole). È stato detto che nella poesia di Monti il paesaggio «assurge a simbolo di una concezione mesta e pia della vita» (“La Ludla”, dicembre 2001). Anche in “Int e’ zét dal mi calér” una sottile e composta malinconia trascorre in molte liriche e si manifesta con forza in alcune immagini: nei voli che i n’è piò lés (non hanno più armonia), in cla fiâma / ch’la slonga agli ómbar / só pr i mur (quella fiamma che allunga le ombre sui muri) e che la brusa un vel d’én (brucia un velo di anni). È anche nella strada del cimitero che lo porterà dai suoi vecchi pr un fior / za fri tra al mân (per un fiore / già ferito tra le mie mani); è neicampi ch’i n’ha piò / vôs (che non hanno più / voce),nell’aria e nel verde che s’afonda / coma i mi pès / int l’imbrunì / dla sera / ch’l’ha int la grimbié / la vôs d’una / uraziòn (s’affondano / come i miei passi / nell’imbrunire / della sera / che ha in grembo / la voce di una / preghiera). Ora che u j è un savor / int l’êria / ch’u n’ pôrta piò / che bon udor dla tëra (c’è un sapore / nell’aria / che non porta più / quel buon odore di terra) non resta che il rifugio negli affetti di un tempo, come in un ‘nido’, nel ricordo della madre che sull’uscio di casa allontana la mëla sôrta (la malasorte) e del sé bambino che insdé sóra e’ sas dla pôrta […] l’arciapa e’ dajé d’un cân (seduto sul sasso della porta […] zittisce l’abbaiare di una cane).
Marino Monti, nato a San Zeno di Galatea (FO), scrive in dialetto romagnolo, nel registro forlivese «rustico», come afferma Giovanni Tesio nella Prefazione, un forlivese con un «dire tronco, forte vibrato» in cui, pur nella dimensione lirica della sua poesia, «non si ha mai la sensazione che la parola volga al prezioso, all’antico, al recupero arcaicizzante. E che ci sia invece una disposizione temperamentale […] a un dire di rustica immediatezza» in una poesia della natura in cui si manifesta con pacato lirismo il rimpianto per quei valori di armonia propri di un mondo ormai scomparso, sopraffatto irrimediabilmente da nuove realtà, da nuovi stili di vita.
Ombretta Ciurnelli
04 luglio 2014