Paolo Procaccini tra mobilitÓ e ambivalenza


Recensione e analisi di Claudio Porena di Commedie in 5 minuti

1. «Nella società barbarica nella quale siamo precipitati e dove c'è poco da ridere, un sorriso è il regalo che ti faccio, lettore mio». Tale, nelle parole dell'Autore, Paolo Procaccini, è il lascito che egli vorrebbe liberare con la pubblicazione di questa raccolta di commediole brillanti in cinque minuti.
2. Cinque minuti per diciotto (quante sono le commediole) per tratteggiare «personaggi tanto credibili – scrive Sandro Bari nella Premessa – quanto improbabili», paradossali come «la spiccata personalità dell'Autore, nella sua (in)sana follia... tipicamente romana» (ibid.).
3. Paolo Procaccini (Roma 1947), scrittore, poeta, attore, studioso e conferenziere che si occupa da sempre di letteratura, soprattutto romanesca e dialettale in genere, è consulente artistico dell'Accademia Romanesca e della rivista “Rugantino”, fondata nel 1886 da Giggi Zanazzo. Con Roma in 5 minuti è alla sua terza importante opera, dopo Il patto stucco (Totem, 1994) e Il patto esatto (Edizioni Progetto Cultura, 2010). Come autore-attore di teatro ha anche prodotto la commedia Piazza Montanara, scritta con Gennaro Francione e andata in scena nel 2011, avendo già all'attivo una consumata esperienza teatrale.
4. Roma o, meglio, la Romanità, come idea di un tipo antropologico e psicologico di uomini e situazioni, costituisce quindi lo sfondo comune a tutte le diciotto scenette. Due dei motivi conduttori («fili quasi occulti», li chiama il Procaccini) sono 1) «il rapporto mobile tra uomo e donna» e 2) «la duplicità platonica della conoscenza».
5. Non a caso la forma che l'Autore decide di attagliare a questi due motivi-moventi è proprio quella del dialogo teatrale, dunque la forma che meglio si presta a tradurre icasticamente l'idea della mobilità e dell'ambivalenza. Vediamo pertanto di (ri)leggere l'intera opera (o i suoi momenti salienti) alla luce di questi due valori (mobilità e ambivalenza), una (ri)lettura che, consapevolmente, non ambisce affatto ad esaurirne l'interpretazione.
6. Già l'incipit della prima commediola (Arrivano i dizigoti) è in levare (arsi nel linguaggio musicale, tesi nel tecnoletto della metricologia) rispetto all'idioma preponderante (un dialetto romano – recita significativamente il sottotitolo dell'opera – cioè uno dei tanti gradi intermedi di quel continuum italiano-romanesco che caratterizza la situazione sociolinguistica romana): le prime battute – invero la quasi totalità della commediola in esame – è in italiano, un italiano peraltro marcatamente aulico e melodrammatico (Ella m'insulta... intende forse battersi?; E anche se il fosse […]; Il farei se 'l potessi […]; Soggetto di incerti natali, asino nudo; Ella non sa quel che dice; Anzi, ne ho assoluta contezza... tutto il mondo 'l saprà; Non si provi a profferir parola di coteste menzogne o proverà su di sé la mia giusta vendetta, gaglioffo!; Riderei se potessi, di siffatte sterili minacce... insulso vanaglorioso!; ecc.) fino all'irrompere del dialetto romano (Ce lo sai che nu lo posso fà, ma t'aspetto fori der sacco amniotico, scemo...; Non vedo l'ora, fratè!; ecc.). L'ambiguità, che in una commedia teatrale costituisce uno dei meccanismi che innescano la comicità, si realizza qui sovente nella figura retorica dell'asteismus (detta anche urbanitas presso i latini), consistente nella ripresa anadiplotica da un turno all'altro di un'espressione o di un termine potenzialmente ambivalenti, che vengono portati alle loro estreme conseguenze, ossia fraintesi, sortendo l'effetto comico dello stesso scarto semantico. Per esempio: 1: E si faccia più in là. - 2: Il farei se 'l potessi..., dove l'ingiunzione metaforica del primo è fraintesa in senso letterale dal secondo (si ricorda che i due sono dizigoti nell'utero).
7. Dalla coincidentia oppositorum incarnata nei due dizigoti (maschio e femmina) protagonisti/antagonisti della prima scenetta, passiamo alla seconda (Robocop's fine 'la multa del poliziotto robot'). Anche qui un Lui ed una Lei si dividono la scena, e si dividono anche l'idioma in misura inopinata: a lei il romanesco sciatto, a lui (il robot) l'italiano forbito. Effetti di comicità, oltre  quelli sortiti dallo stesso commutamento di codice da un turno all'altro, sono qui realizzati dal contrasto tra la natura di automa del robot e il suo innamorarsi di lei, adducendo a sostegno di questo amore epifonemi tanto improbabili quanto più si ammantano di ragionevolezza: Tre sono le età dell'uomo. Solo una conta: quella dell'amore (accenna un passo di danza). […]; Sono geloso... io l'amo signora! L'amore può riempire una vita, due vite, nessuna vita. Le posso spazzolare la giacca? […]; Per amare bene gli altri, bisogna imparare ad amare sé stessi! Io non so se mi amo, ma la amo! (tende le braccia, la donna si ritrae) […]; Sono innamorato! Lo specchio è il miglior amico dell'amore (prende uno specchio, si liscia la tutina) ecc.
8. Anche nella terza commediola (Renata Renetta) sono di scena un uomo e una donna, ma questa volta si scambiano i ruoli nel suddetto code switching: lui il romanesco (a sprazzi) interferito con l'italiano, lei (René dei marchesi Renetta... della val di Non: altra ilare omonimia!) in italiano puro.
9. Nella quarta scenetta (Mancati Germani) – curioso che qui due fratelli vengano detti germani mentre nella prima dizigoti, quasi visigoti (Arrivano i Visigoti può essere la controparodia del titolo!) – sono entrambi gli interlocutori ad usare il dialetto. Quanto invece all'uso dell'asteismus, ne troviamo uno efficacissimo già nell'incipit: ENRICO: è finita... - ARGISA: Sì, è finita pora mamma... (piange). - ENRICO: No, dicevo... è finita in tasca a te la fede d'oro de mamma!
10. Nella quinta commediola (Augusta la barbiera), a parlare il dialetto è lei, Augusta, mentre lui, Dino, parla invece l'italiano. Gli asteismi sono i seguenti: DINO: Sfumatura alta, ma senza fronzoli! - AUGUSTA: Cavolo! Come le faccio io le sfumature arte, manco li pianisti! Altre omonimie comiche: AUGUSTA: Eh, sì. Prima c'era un vecchietto [scil. nel locale appena aperto] che su le seggiole ciaveva er canuccio. Da guardia, aoh, da guardia, nun faceva entrà nessuno! Apposta ha chiuso; oppure:  AUGUSTA: Nun vorrà mica che me li taglio! [scil. i baffi] - DINO: Senza sarebbe anche graziosa... ha dei begli occhi, molto dolci. Poi la voce roca... in una donna... mi eccita! - AUGUSTA: Beh sai, me lo dicono tutti... ed anche altro... ma i baffi no! Ci sono troppo attaccata! ecc.
11. Nella sesta commediola (Augusto) entrambi, uomo e donna, interloquiscono in un dialetto a tratti annacquato nell'italiano. Due sono gli asteismi a effetto comico: AUGUSTO: Sempre spiritosa la sora Giulia! - GIULIA: Prima d'uscì de casa me faccio un goccetto de spirito, e AUGUSTO: Ma vede... a me le donne nun me piasciono... vojo dì quelle comuni. - GIULIA: Com'è Agù, se sta a cercà 'na marziana?
12. Nella scenetta settima (Disastro) Lui e Lei si esprimono entrambi in dialetto, senza sortire particolari effetti comici da ambiguità.
13. Nell'ottava (Alla posta) il dialetto serpeggia a intermittenza tra Lei 1, Lui 1, Lei 2, Lui 2, Lui 3, Lei 3 e Rapinatore. Gli asteismi sono i seguenti:LEI 2: Non sopporto l'idea di sbagliare la coda. A questa posta non c'ero mai venuta. Mi pare un bel posticino. - LUI 3: Casomai, 'na bella posticina, oppure: LEI 1: Non lo dica a ma. Piuttosto che venire a fare la fila, me farei strappare... una confessione, una dichiarazione, un appuntamento. - LUI 1: Sìì... li vestiti! - LEI 1: No, i vestiti no!... Con quello che costano!
14. Nella nona commediola (Io sò mejo) le protagoniste sono per la prima volta due donne, Lucia e Pina: la prima conversa in italiano, la seconda replica in romanesco. Si rileva il seguente asteismus: PINA: […] Poi papà m'ha detto che j'è toccato a regalà li maglioni de cascemìre a tutta la commissione. - LUCIA: Io l'ho capito subito che lei aveva la stoffa […].
15. Nella decima pièce (Arona o Orte?) i protagonisti sono per la prima volta due uomini – l'identità di genere femmina-femmina e maschio-maschio si situa curiosamente proprio al centro dell'opera, ai nn. 9-10 (su 18) – Pippo e Peppe, ed entrambi interloquiscono in romanesco, senza comicità da asteismus.
16. Nella pièce numero 11 (Interno notte), lei, Lella, parla in romanesco, mentre lui, Conte (Dracula) si esprime invece in italiano forbito. Si riscontra il seguente asteismus: LELLA: Conte Dracula, lei m'attira come la calamita! - CONTE: Sa... sono attirato dal ferro... nel suo sangue.
17. Nella dodicesima pièce (Sul cornicione), entrambi i protagonisti, Anna e Paolo, si esprimono in un romanesco lievemente interferito con l'italiano, senza effetti comici da ambiguità.
18. Nella tredicesima scenetta (Una panchina sola), tra i protagonisti, Eva e Adam, predomina il romanesco. Un solo asteismus si rinviene in Eva quando questa risponde: Madrignota! ad Adam che esclamava a proposito della propria madre: […] chi l'ha mai conosciuta.
19. Nella scenetta n. 14 (Patatù), lui, Muzi, e lei, Fazi, interloquiscono entrambi in romanesco, senza sortire particolari effetti comici connessi alla figura dell'asteismus.
20. Nella commediola n. 15 (Al mercato) sia Lia che Lui si esprimono in dialetto, con intermittenti incursioni del codice standard, più o meno disperse e frammentate. Si riscontrano in particolare tre effetti comici, uno da asteismus (LUI: Che vòi che me dimagrisco? Per amore tuo lo farò! Mezzo chilo basta? - LIA: Ma che me prendi in giro? Mezzo chilo solo vuoi dimagrì? - LUI: Dicevo mezzo chilo di funghetti... per la pasta) e due da semplice omonimia (LIA: Tu non ciai na fame nervosa... je serve la camicia de forza! Non ciai un verme, ciai un anaconda solitario!...).
21. Nella sedicesima commediola (Agenzia infortunistica), il romanesco si affaccia con interferenze soltanto in lei, Giorgia, salvo poi liberarsi parzialmente anche in lui, Gius, solo nel turno finale (… Ma te pare giusto sto traffico, per farsi dare i soldi dalle assicurazioni!).
22. Nella diciassettesima pièce (Er lastico) Rico e Lisa interloquiscono entrambi in dialetto romanesco, senza comicità da asteismus o da omonimia.
23. Nella diciottesima ed ultima commediola (Clacqueur - battitore libero), Lei si esprime in un aulico italiano melodrammatico (come, circolarmente, anche nella prima scenetta!), mentre Lui, il clacqueur (alter ego dell'Autore) in un romanesco sguaiato. Un effetto comico da asteismus è nella battuta di Lui: LEI: Ma non ci si capirebbe più nulla! - LUI: Oppure ce se capirebbe de più, tutti!

24. In conclusione, tutto in questa raccolta di commediole sembra essere dunque informato dai due principi collegati della mobilità e dell'ambivalenza, ad ogni livello di strutturazione, dallo stesso statuto dialettico del genere teatrale adottato alla comicità sovversiva innescata dall'ambivalenza delle omonimie e degli asteismi, alla natura spesso continua, dinamica, ibrida, interferita del dialetto romano o romanesco (un dialetto romano!) prescelto. Vanno infine notati due altri rilievi: l'insistito gioco onomastico (sovente paronimico, ma non solo) in quasi tutte le commediole (Lui vs Lei, Augusto vs Giulia, Pippo vs Peppe, Eva vs Adam, Muzi vs Fazi, Lia vs Lui, Gius vs Giorgia) e l'avvicendarsi variato e ordinato insieme delle caratterizzazioni linguistiche dei personaggi, nonché – come si faceva sopra notare – la collocazione al centro esatto dell'opera (commediole nn. 9-10) delle uniche identità di genere fra i protagonisti (f.=f. e m.=m.) presenti nell'intera raccolta, e la struttura circolare che riporta l'ultima alla prima scenetta, in virtù della comune allusione alla lingua melodrammatica. 

Paolo Procaccini, Roma in 5 minuti (Commediole brillanti in un dialetto romano), Premessa di Sandro Bari, Prefazione di Laura Biancini, Nota di Lamberto Piccioni, Roma, Pagine, 2014

Claudio Porena