Recensione di Anna De Simone a Rasulanne di Marciani




Rasulanne [Rasoiate] s’intitola la raccolta di poesie in lancianese (con prestiti da altre zone dell’area frentana), con cui Marcello Marciani ha vinto la nona edizione del premio Città di Ischitella-Pietro Giannone 2012. Nel dialetto di Lanciano, scrive in una nota l’autore, le rasulanne «indicano vari livelli di sopraffazioni, oltraggi e lacerazioni». Ecco allora che il poeta fa salire su un palcoscenico immaginario i protagonisti di drammi a fosche tinte, vittime ora incolpevoli, ora disorientate, delle ‘rasoiate’ degli altri o della vita. Le loro parole, affannose, disordinate, spesso incomprensibili, una sorta di Babele linguistica, espressione metaforica perfetta del marasma interiore che le ha dettate, arrivano fino alla coscienza dell’io poetico e diventano monologhi fitti di strofe roche, di invocazioni dissonanti e gridate, di «chiacchiera murte o voce areddunate / da cchiù sunne…o strafunne…» [chiacchiere morte o voci radunate / da più sogni… o sprofondi…, p. 9]. Non è facile orientarsi e mettere ordine nel groviglio scomposto del dolore del mondo, rappresentato da personaggi le cui voci «mozzano il fiato», tanto che si fa fatica a crederli reali. Come raccontare allora l’oltraggio inflitto da Papózze (Orco) a una bambina indifesa, violata dal mostro della fiaba che se ne stava nascosto dentro quest’individuo ? «Ne’ jere i’ ma è štu ventelàre / che ffa scutelà’ l’ugne e lu cervelle / le jette pe’ la gatte… è de chell’atre // šta fecce che ve’ ggalle n’è de lu mé / št’allanganì’ de citilanze… // acrìdeme» [Non ero io ma è questo grosso vento / che fa scuotere le unghie e il cervello / lo butta per la gatta… è di quell’altro // questa feccia che viene a galla non è il mio / questo stremarsi di infanzia… // credimi, p. 14].
Il lettore si smarrisce ed è tentato di indietreggiare davanti a tanta cieca violenza, ma il poeta non può fare a meno di scavare nelle pieghe (o piaghe?) e negli anfratti bui di una società malata per farne uscire il marcio che dilaga, e non può non dare spazio al dolore di chi per il suo tramite vorrebbe chiedere aiuto o comunque far sentire le proprie ragioni. Di qui ancora e sempre l’arruffìo confuso e stonato di suoni e di rumori, il climax dei gesti e delle sofferenze, un microinferno dantesco, un «loco d’ogne luce muto, / che mugghia come fa mar per tempesta », abitato da storie surreali nella loro verità accecante e insopportabile.
In Patalòcche – il termine indica una «persona lunga lunga che nel camminare si dimena qua e là» – assistiamo alla devastazione provocata dalla malattia e dalla vecchiaia, che sgretola l’individuo, lo umilia e lo annulla, com’è successo all’ospite del v reparto, stanza 3, di non sappiamo quale camera d’ospedale o d’ospizio. Tanto sono tutte uguali : anonime, squallide, estranee a chi deve starci, lontano dalle sue cose, dalla tensione e dalla passione di un tempo. E ci strazia la richiesta d’aiuto di chi non si riconosce più in quella «borsa dispersa» che è diventata la sua vita, su cui si posa la luce radente degli strumenti espressivi esaltati dal dialetto, il gioco delle doppie e dei suoni allitteranti : «Se me vu’ bbene fammele la fešte / falle štuccà’ di sùbbete la spine / vùsseme a spuntapéde pe’ vulà’ // a nu monne che m’arecchiàppe e ’nnàzzeche / la bborza spèrse de la vita mé» [Se mi vuoi bene fammela la festa / falla staccare subito la spina / spingimi a rincorsa per volare // a un mondo che mi riprende e culla / la borsa dispersa della vita mia, p. 20].
Infanzia e vecchiaia si danno la mano, sono l’anello debole di una catena sociale che non era mai stata, forse, così spietata, o forse sì, ma noi non ne avevamo ancora sperimentato la crudeltà. La lingua dura e aspra, nei suoni onomatopeici, negli accenti, nelle ripetizioni, nelle pause, nei versi lunghi, nei chiaroscuri, rappresenta, con taglio espressionistico, la fatica e il dolore del mondo. E ci rovescia addosso il caos dell’oggi, la rottura di ogni regola, l’oblio di ogni valore, la corsa verso l’arricchimento a tutti i costi, una dismisura e una volgarità che rischiano di travolgerci tutti. Adesso a salire sul palcoscenico di questo teatro dove vorremmo non aver messo piede, è Maštrepence [Mastrotegola], che nel suo monologo vorticoso e delirante ci squaderna sotto gli occhi lo scempio della speculazione edilizia : «Case ’ntruculìjete l’une a l’ètre / gne na giungla ’ncutate de matune / che spalànchene purtélle e pentune / pe’ ddi’ : ’ntrete, su su, abbetétece! » [Case mescolate l’une all’altre / come una giungla indurita di mattoni / che spalancano porticine e angoli / per dire : entrate, su su, abitateci!, p. 25]. Non aveva case in cui abitare, Mastrotegola quando era ragazzetto a Sciacquarella «e mamma mé li scale curré’ a mónne / pe’ famme cresce (a cice e panzanélle)» [e mamma mia le scale correva a pulire / per farmi crescere (a ceci e panzanelle), ibidem].
La chiave di lettura di questa raccolta ‘strana’ e in un certo senso ‘respingente’, proprio perché così dolorosamente vera, ce la fornisce lo stesso Marciani nei versi di apertura del libro. Personaggi e voci giungono fino a lui dal regno dei sogni, o da qualche nascondiglio misterioso : «Da na cavute ’m pette ténne a saje / ssi voce štrambajune tošte o musce /che s’abbèndene e štùcchene lu fìate. / Cuscì ’ccurdate a vatte ciacce e rrécchie / ca pare ch’arentróne nu teatre» [Da un foro in petto stanno salendo / codeste voci strambe dure o lente / che s’avventano e mozzano il fiato. / Così accordate a battere carne e orecchie / che sembra che rimbombi un teatro, p. 9]. Il teatro dove esplode questo coro di voci nei monologhi recitati dal poeta, che ha rinunciato a raccontare se stesso per dare spazio al suo io teatralizzato nella danza febbrile di parole ‘strambe’ e carnali che ci feriscono, ci fanno male. Lo stesso male che aggredisce l’attore quando non sente più suonare dentro di sé le parole da pronunciare, parole di altri che salgono fino a lui non si sa bene da dove. O forse a fargli i dispetti è proprio «questo palco», «questa polvere di cenci, / l’imbroglio di questa parte, la paura / che non confà più l’aria a due parole ». Di chi sono tutte queste voci che lo assediano? E l’anima? Che ne è dell’anima dei suoi personaggi ? «Anema scite, e longhe, addónna vî ? / Pecché ne’ le sbalènze mo’ ssa croce / che ti štucche ti scarpuréje la voce? / Pecché ’n-ce pruve a dirme de campà’?» [Anima uscita, e tarda, dove vai ? / Perché non la scaraventi ora questa croce / che ti spezza ti strappa la voce? / Perché non ci provi a dirmi di vivere? La ninnille, La ninnilla, p. 40].
Che cosa rimane a chi ha perduto coscienza, dignità, passione?
La poesia che chiude questa matassa ingovernabile di esistenze disaggregate s’intitola Lu pozze (Il pozzo) e si collega, come in un dittico, alle «chiacchiere morte » del testo di apertura, facendoci precipitare nel fondo dell’abisso : è una « voce » che riporta l’io del poeta indietro nel tempo e nello spazio: «è sbambà’ de citilanze? è papòcchie? // S’arempónne gne nu vaçe pe’ li fusse / ssa voce ch’abberrùte cosse e core, / chi le sa se è lu vere o ’na fanfarre / che me se ’nchiove ’n cocce e dice apprèsse / a te lu tempe fa gne lu funare…» [è fiammata d’infanzia ? è fandonia? // Si rapprende come un bacio per i fossi / codesta voce che avvolge gambe e cuore, / chi lo sa se è vera o è una fanfara / che mi inchioda in testa e dice dietro / di te il tempo fa come il funaio…, p. 41].
 
Marcello Marciani, Rasulanne, Roma, Cofine, 2012, pp. 48.
 
Anna De Simone