M¨ffura (Nebbia) di Stefano Marino


La recensione di Ombretta Ciurnelli

Nei versi della raccolta Muffùra vibra un paesaggio mediterraneo colmo di storie e animato da un intenso brulichio di vita con cui l’Autore intreccia un fitto dialogo, straniato da una bellezza che si esprime nell’intensità di profumi e colori e in un’armonia pregna di incantesimi. Ma il poeta rivolge la sua attenzione anche alle tempeste che sconvolgono il mare, alle fiumare che portano rovina, ai bagliori che giungono dalle ceneri delle guerre, al tormento della povertà, alla fatica del lavoro. È un paesaggio in cui si dilatano echi, richiami e risonanze e convivono, al tempo stesso, armoniose classicità e complesse reti di relazioni tra creature che sembrano sapere e conoscere. È un paesaggio a volte trasfigurato in mitiche metamorfosi e nei luoghi e nelle creature, quasi per confermare il loro essere o riconoscersi, sembrano esserci occhi e sensi: sulla spuma delle onde, nel luccicare del cielo, nei pipistrelli, che sciolgono nelle acque la loro bellezza, nelle cicale che spannu / na ninna siḍḍïusa (disfano / una ninna nanna noiosa), negli storni come pinn’i landa, / ch’ȇ sper’i suli, jati lampïannu (piume di latta, / che ai raggi del sole lampeggiano alte), nei rami fosforescenti dei fichi, quasi jocolari r’ossa storti, / chi si ncuffannu strèusi nta ll’aria (giunture d’ossa storte, / che strambi si slombano nell’aria).

A luoghi e creature l’Autore rivolge incalzanti domande in un’ansia metafisica vissuta nella consapevolezza dei limiti, ricercando segni anche in ciò che resta di un naufragio, in legni, abbandonati sulla spiaggia, su cui il tempo ha scritto memorie e che raccontano storie fatte di dolore di cui non è dato, tuttavia, conoscere il senso, perché non nc’è nuḍḍu diu mu voli ’ssiri (non c’è alcun dio che voglia esistere) e tutto è schettu mbuḍḍuriatu nta stiss’ura, / com’è virità, ma chi si scanusci, / ma rintra ’bbenti chi nc’è cacchi cosa / fanïa pi nu χatu, po’ s’ammùccia (semplice ed aggrovigliato alla stess’ora, / com’è la verità, ma che non si conosce, / ma dentro intuisci che qualcosa esiste, / si fa vedere per un attimo, poi si nasconde). A noi è dato soltanto essere stranieri ngramignati / o fàuso mpruntatu a nu veru (ingramignati / al falso imprestato ad un vero), ntra jiri e veniri, ch’esti vita (tra l’andare e il tornare ch’è la vita).

Come nella raccolta Parrasulu (Torino, Edizioni dell’Orso 2001), vincitrice nel 2003 del Premio “Biagio Marin”, anche in Mùffura ricorre l’immagine del buio e della sera, quel tempo della nostra esistenza in cui si tenta l’avventura della ricerca. Alla notte, ammaliante nelle sue lusinghe, l’Autore chiede del respiro che ostinatamente si nega, dei misteri celati nel gelsomino o nelle radici dell’oleandro. È una notte che sa farsi anche pietosa, quando consente di capire come il sentimento che accompagna l’uomo nel suo vivere sia solo dolore. Ma sono per lo più parole senza suono che ndi sdiniga / a cuscenza i chiḍḍu chi nun simu (negano la coscienza di ciò che non siamo), sotto una luna ri sghìnciu ’mmucciata, / chi mari sfulinïa nt’o so jiri (nascosta di sbieco, / che leva ragnatele al mare nel suo andare), e le ombre si confondono, come spila r ina cardacïa (desideri di una malinconia) che il mare sparge intorno a sé. Quando domina la luce e soltanto un piḍḍu r ina spr’i suli / […] chi ndi spagna pi so ’ssiri stissu (pulviscolo di un raggio di sole / […] impaurisce per il suo stesso esistere), porta e finestri sunnu fermi, / ḍḍa intra, ll’umbra quàgghia, non si smovi (porte e finestre sono serrate, / là dentro l’ombra caglia, non si commuove).

L’inquietante bellezza di animali, piante e acque non è, quindi, epifania del divino, ma solo immagine di illusione e la condizione degli uomini è quella di vivere nella stessa ombra generata dalla luce, ’ncatramati, / ’mpettu biḍḍizza (incatramati al cospetto della bellezza). L’edisaro, con il suo rosso vivo, nò spia iḍḍa na cuscenza soi, / nò chiḍḍa r’a biḍḍuzza chi s’ammuccia (né chiede una coscienza di sé, / né quella della bellezza che si nasconde). A noi giungono segni di una lingua che non ha suoni, parole mbuḍḍuriati e carcirati (raffazzonate e incarcerate) in un antico silenzio, che sanno dire dell’impenetrabilità della bellezza e solo a tratti trapela la speranza di cogliere scampoli di verità: A ttìa, suḍḍa, chi mi ven’a ddiri? /Arrassa fulijna chi sdiniga /veru, chi scafulïu nt’o o tò tempu (Oh te, edisario! Che mi vieni a dire? / Scansa la ragnatela che nega / la verità, che cerco con minuzia nel tuo tempo). A ciò si accompagna a volte la malinconica riflessione sull’inesorabile scorrere del tempo: ’Mmuzzeḍdu ri passatu mé futuro […] / ’docu, mò, ’ddiventatu ll’oi ieri / sen-zacampu, cu pina, senza sensu. (Ammucchio di passato il mio futuro [...] ecco già l’oggi è diventato ieri / senza scampo, con pena, senza senso).

Nella poesia di Stefano Marino, caratterizzata da un procedere dialettico e interrogativo, come afferma Franco Brevini, c’è una profonda «dimensione ragionativa e conoscitiva» che va ben oltre l’effusione lirica che si esprime nella rappresentazione di luci, colori e atmosfere dei luoghi divenuti fibra profonda del proprio essere e delle proprie memorie; luoghi raccontati con immagini pregnanti e intense metafore, sulla scia della geografia poetica del ’900 in cui il fuori da sé diviene significante di un mondo interiore, di una visione dell’essere e, più in generale, della condizione umana, a volte anche in una dimensione onirica, come nella poesia XXII (Forzi fu nu santu cu na varva janca: Forse fu un santo con una barba bianca) in cui, nel sognare di sognare, tornano insistenti il tema della ricerca e le incalzanti domande senza risposte.

In Mùffura la poesia diviene anche racconto, come nella lirica VI (I viju ll’omini cu ll’occh’i fora: Li vedo gli uomini, con gli occhi di fuori), in cui il relitto di una barca narra con forte tensione drammatica di un naufragio, della forza irrefrenabile della natura, della distruzione e della desola-zione che ne conseguono, o come nella lirica VII (Mùffura pari ferma r’u sirinu: La nebbia sembra ferma dalla rugiada), quasi un poemetto, in cui la fatica del lavoro si esprime con forza nel ri feli suduri chi schizzïa / ri terra frevi r’ogni marrunata (sudore del fiele che sgocciola / terra da ogni zappata).

Marino usa le forme classiche dell’endecasillabo, con scelte ritmiche che sottolineano i suoni aspri della lingua dialettale di Reggio Calabria, mescidata da influssi jonici e della piana di Gioia Tauro: una «filigrana sonora […] indelebile nell’anima e nel pensiero del poeta» (G. Depretis, Introduzione a Parrasulu), che ha vissuto la maggior parte della vita lontano dalla terra d’origine e si può credere che sia «la memoria uditiva a ravvivare quella visiva e a trascinarla nel presente dell’oralità» (ibidem). La pregevole traduzione poetica rivela un’attenta ricerca volta a mantenere certe asprezze linguistiche del dialetto, quasi a ribadire lo sforzo inappagato di catturare lembi di verità tra le maglie di un paesaggio dominato da una bellezza straniante.

Stefano Marino, Mùffura (Nebbia), Novara, Interlinea Edizioni, 2013

Ombretta Ciurnelli