Notizie dall'Isola di Mario Melis


Nota di lettura di Anna Maria Curci

Ha sempre chiari dinanzi a sé l’impegno e la responsabilità la parola che si manifesta, si snoda, si articola e congiunge in sapienti enjambement in Notizie dall’Isola di Mario Melis. Non è tanto questione di chiedersi se scavalcare o meno il divieto formulato da Adorno circa l’impossibilità di scrivere poesia dopo Auschwitz: Mario Melis ha perfetta coscienza dell’obbligo del confronto con l’enormità, con l’inaudito, ma sa, al contempo, che questo è stato sempre – nella poesia intesa nel senso più alto e pieno del termine – il compito della parola che crea, che istituisce ponti, che illumina connessioni, che mette a nudo lo scandalo. Ecco dunque perché l’opera va letta nella sua interezza e nella sua continuità, con l’Isola – concreta e immaginata, metafora esistenziale e Itaca di un immaginario che assume forme diverse nel tempo – approdo, punto di partenza, nodo e realtà ‘altra’.
Proviamo dunque a seguire alcuni itinerari nell’Isola. Ciascuno di essi avrà un filo conduttore. Ferma restando, infatti, la coerenza interna dell’opera, sottolineata, come vedremo più avanti, dall’autore stesso nella nota che conclude il volume – non possono e non devono essere ignorati alcuni sentieri che il poeta sceglie con una lucidità programmatica che non sacrifica il complesso sull’altare di una bellezza ignara, tranquillizzante e, pertanto, innocua.
Il primo dei sentieri che percorreremo, con i versi dell’autore, alcuni in doppia versione, in spagnolo e in italiano, è lastricato con il ricordo di chi ci ha preceduto, memoria di transiti con gradi differenziati di notorietà: da tutti loro proviene, urgente, la richiesta a un dialogo e, di conseguenza, a un’analisi o a un riesame della nostra esistenza alla luce della comunicazione con essi:
II
¿Porque piensas a la guerra de Troya?
Este perfil de la precariedad
sin embargo como si no vivieras
y yo no vivo
a oscuras que te pienso
a la raíz de la sangre
en la cadencia de las paradas
nocturnas de las estaciones
en la distancia lateral de la casa
donde no se llega nunca.
Una tarde y vuelve en el recuerdo
en el interior desvanecer
resistes a la negación de la historia
‘aquella niña no existe mas’
en el balanceo del barco
desatando en el ejercicio de los gestos
aceptas como Ulises morir.
II
Perché pensi ancora alla guerra di Troia?
Quest’ombra che sta davanti o dietro
la sagoma della precarietà
eppure come se tu non vivessi
e io non vivo ignara che ti penso
alla radice del sangue
alla cadenza delle fermate
notturne alla stazione
nella distanza laterale della casa
dove non si giunge mai.
Una sera e torna nel ricordo
nel vanire interiore
resisti alla negazione della storia
“quella bambina non esiste più”
nel dondolio della barca
scegliendo nel moto dei gesti
come Ulisse di morire.
(pp. 7-8)
* * *
Ma non possono essere morti i morti e i vivi
Perché è il loro travaglio che li cerca,
sebbene per un episodio trapassato
di travestimenti uguali di entrambi.
Hanno atteso gli alberi senza speranza
un focolare e la casa,
ombre modellate di me e mi modellano,
ciascuno con un nome e i sinonimi
con il tepore della mia presenza, testimoni,
attendiamo la resurrezione, la replica.
Perciò dopo la tua partenza
la finzione di essere tornata,
due volte è morto il gatto Pessoa,
ma con un nome diverso.
E al fresco seminare di bambini
ha aperto le palpebre la città materna,
agli esuli, ma anche da essa esuli all’alba.
(p. 11)
Il ricordo, la memoria sono collegati intimamente al mito e all’epica classica – Omero innanzitutto – da un lato e alla Storia dall’altro. Il mito e l’epica classica attraversano la raccolta con la forza di un pungolo al pensiero, ché il sogno non è mai fuga dalla realtà, ma, al contrario, intuizione più alta della vera realtà. Né è mai indolore questo sogno, sempre cosciente – come Euridice – del precario, del transitorio, del rimpianto, e la bellezza per antonomasia, Elena di Troia, ne esce trasfigurata, sì, ma dalla sofferenza, ridimensionata, o meglio, in altra dimensione:
 
[…]
Nell’arte innocente della sera
la premessa è ricordare
con un andamento quieto
come quando si scendono le scale:
così il tramonto imprime sopra il volto di ieri
il reticolo di rughe.
“Starò attenta a non sfuggirmi” disse
ma ero io a parlare Elena del sogno.
L’avessi lasciata a un angolo di strada
per ritrovarla
in un accordo tra la penna e l’albero di fuori.
(p. 14)
* * *
Lettera
Senza il focolare dei tuoi occhi
nella foto sfocata delle parole che guardano i ninnoli
sugli scaffali della libreria,
siamo rimasti tu e io Elena
la contadina di Itaca nel sogno.
Entro ogni parola, divisa, il suo confine.
Per approdare all’impasto della voce dell’isola.
Il masso sulla strada donde esala
dal comignolo il fumo di memorie,
nella notte mugola il lamento
ognuno alle proprie case.
I defunti di Troia.
Le sagome dei soldati dentro il foro
confitte al gioco di guerre di parvenze,
con il ricordo nello sguardo obliquo
della fotografia, per scalare le mura
della città assediata.
(p. 25)
* * *
[…]
Ha steso la mano a una scheggia di legno
scolpita in simulacro di bambino
come scende i gradini Euridice
per un senso del corpo
quando arretra la mano per toccarsi
o il rimpianto del proprio nome
prima della pronuncia.
Vive e muore così.
“Sono e non sono Atalaia?” domanda,
saltando all’altro fronte delle parole
che si tralasciano
scivolate dal letto dell’amore.
(p. 31)
La Storia è il perpetuarsi dell’orrore; di quell’orrore la Shoah ha dispiegato l’estremo, spesso presentato come indicibile. Non da Melis. Come afferma, infatti,  l’autore nelle Note: «Scrivere dunque, significa scrivere sempre di Auschwitz e qui lo tento espressamente.» Ma che cosa significa “scrivere di Auschwitz”? Nel componimento centrale di Notizie dall’isola, Alla ragazza di Auschwitz, troviamo una risposta. La scrittura, qui,  nella sua sapiente compostezza e nel suo procedere denso e profondo, autentica poesia, aspira sempre e da sempre alla sublimazione del reale. Ma, ribatte Melis, non può dimenticare il Tempo, il suo scorrere, i suoi solchi, le sue catastrofi, le sue sopraffazioni, le vittime, i carnefici, i posteri e i coevi muti, i vocianti, i corresponsabili, i complici, gli ignari e gli ignavi.
Alla ragazza di Auschwitz
I
Leggo una notizia sul giornale,
misuri i passi fino alla finestra
e seguirai la lenta decadenza delle stelle
mi domando
Mai l’ora è la sua stessa ora.
O arretra: l’aria di un altro tempo,
l’immagine di un amante.
Era il fumo di un autistico sogno
esalato da una radura di alberi stranieri
o corre avanti nell’attesa
come le anime di una radiografia
o un orologio retrogrado sepolto
tra le vene del polso
una vecchia foto per domani
non quella della ragazza sul computer.
Occupa i possessivi dello spazio
quando vogliono toccare le parole.
II
E tu venivi per un ombroso vicolo.
Ti presto i miei pensieri della strada.
Sorprendi che possano abitare corpi umani
dentro il nome dell’isola
come solo l’amore senza ragione è eterno
contemplando la caducità di un paesaggio dal balcone.
Secondo la convenzione verrà anche l’inverno
all’isola tra intervalli di acque
e cadranno le foglie di una donna
in attesa di un frutto.
Il velo che copre il silenzio al fondo
perché le case recludono fuori
inciampando le tracce del cammino
(pp. 27-28)
«Il passato non è morto, non è neanche passato», scriveva Faulkner in Requiem per una monaca, in una frase poi ripresa da Christa Wolf in Trama d’infanzia. Nelle Note a Notizie dall’isola, Melis scrive: «passato e presente si confondono». Sono intimamente collegati, dialogano tra di loro mossi da un nuovo sentimento del tempo nel quale essere e divenire, agire e subire, partire (dall’isola) e restare (nell’isola), accadere e non accadere oltrepassano i confini reciproci, andando incontro l’uno all’altro polo :
Piccole fosse davanti alla soglia
Quando l’ombra dell’anabasi dei passi
L’eredità di un nome conduce
La sera si può intraprendere
Lo scricchiolio che fa la strada
Nella biforcazione dei capelli.
Col ginocchio si scala la sponda del letto
Perché nei particolari si concentrano
Le morte azioni dei vivi
Della casa si lascia la sua assenza
Questo non accadere
È solo un altro accadere:
Dalla radice di un albero
Alla punta di un’agonia
Il passo oscuro di una voce corporea
Udita un giorno e certo moritura
Ritrovata nelle sottolineature di un libro
Della quale avremmo dovuto
Essere contemporanei
Ora nel viaggio del nostos
Nel nostro spazio interiore
E si rinuncia al sentiero che sbocca al mare oceano
Per ascoltare un nome
(p. 17)
*  *  *
[…]
Le lettere nel percorso degli occhi
si annullano nel libro
come il gorgo la sera
inghiottite ai margini del bosco
l’autobiografia degli alberi.
Dallo spiraglio del corpo
l’immagine dissolta dalla foto
la donna giunta da un nome:
l’ascolto di un suono in alto
come un frammento d’ostia alla finestra.
(p. 21)
E allora, ancora, che cosa significa «scrivere di Auschwitz»? Significa che la parola è cosciente della propria impossibilità di essere salvifica, ma che non rinuncia alla propria responsabilità. Allora, la sua “tensione morale” si manifesta e deve manifestarsi anche nella cura e nella ricerca, del nome e del ritmo, della flessione e della misura (qui molto varia, ché accanto agli endecasillabi e ai settenari troviamo molti varietà di versi), in un alternarsi non scontato, ma dettato dalla materia di cui si nutrono:
Invece il tempo sospeso nello spazio
un intervallo tra sé e sé
una discesa contraddittoria di fiume
nell’umiltà delle parole
fino al silenzio come una preghiera
che si specchiava al di là dello sguardo
solo credevi inutile partire
per tornare rimanendo nell’isola.
Una diversa distanza dei pronomi.
(p. 24)
* * *
La consonante aleph o il moto della laringe
se il mondo comincia per vocale.
Dirama l’albero ma oppone il silenzio.
Quando sospendo il fiato prima di pronunciare
tutto giace nel grembo del preludio:
un bambino dentro la placenta
e pennuti nell’aia dalla finestra schiusa
al chiaro della luna
Ieri c’era ancora la ragazza,
tesa alla vita della deportazione.
(p. 37)
* * *
[…]
Si ignora il nome dell’isola
quello che cerca e quello che è cercato
entrambe nostre.
Non accolse i nomi
eppure sono annessi dall’esterno
nello stesso giardino
le voraci formiche della carta.
Chiedono
se torneranno a casa dentro il sogno
senza tempi come la luce
o se si possa trasferirla a un altro.
In mezzo c’è il battello della lingua.
(p. 38)
Ma, ed ecco la coerenza interna alla quale aspira e che senz’altro raggiunge Melis in Notizie dall’isola, solo la parola che assume il carico pesante, fradicio di pioggia, del tempo, che della lingua sa e sa adoperare, operando scelte responsabili, accezioni, coniugazioni e flessione, solo questa parola è poesia, anche se inizia, anzi proprio perché inizia con un riferimento, capovolto con serissimo umorismo, alla grammatica valenziale e alla ‘leggendaria’ valenza zero del verbo “piovere” in italiano:
Il soggetto di tutto il tempo piove.
La poesia è piovosa.
Il noce disgregato delle gocce
entro la ragnatela
avanza dall’altro marciapiede
e attraversa la strada sospinto dalla pioggia
la tua pietà che cade goccia a goccia,
infeconda come un bisogno di madre
per una selvaggina di parole.
I passi come
una striscia di Morse,
forse dalla radice di morire,
dove si può cadere negli spazi
e oltre la storia con le mani tese
la soledad dell’acqua.
(p. 43)
Ben lungi dall’essere, come il verbo “piovere”, “zerovalente”, la poesia di Mario Melis trova nella coerenza dei suoi vari aspetti, delle sue ‘valenze’, un punto di forza fuori dal comune e un indubbio, robustissimo valore.
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Mario Melis è nato a Roma il 2 febbraio 1942 e vive a Palestrina (RM).
Ha insegnato lettere in un istituto statale della Capitale. Ha pubblicato ricerche di carattere storico-archeologico e il libro di poesie L’altro (Roma, Ed. Cofine, 2004).

Sue poesie sono presenti sul sito www.poetidelparco.it.