Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila


Recensione di Nelvia Di Monte all'Antologia di Maurizio Casagrande e Matteo Vercesi

 Va riconosciuto a Cofine, piccola ma determinata casa editrice, e al suo direttore-poeta Vincenzo Luciani, l’impegno costante nel promuovere la poesia in dialetto nel corso di quasi due decenni: lo testimoniano consolidate iniziative (i concorsi come l’Ischitella-Pietro Giannone, il sostegno al Centro di Documentazione Vincenzo Scarpellino, la rivista Periferie, ecc.) e i molti autori e antologie presenti nel catalogo.  Alle antologie sui dialetti del Lazio si sono affiancate nel tempo diverse pubblicazioni che fanno il punto sulla poesia contemporanea in altre regioni. Un archivio – di autori, testi e valide introduzioni critiche –  che costituisce un riferimento assai utile sia per chi voglia avvicinarsi all’argomento, sia per chi intenda approfondirlo con informazioni più specifiche che studi di letteratura nazionale non saprebbero fornire su realtà locali, se non per qualche autore più noto.

 
Maurizio Casagrande, poeta e critico, e Matteo Vercesi, studioso specializzato nelle letterature dialettali, presentano in Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila (Ed. Cofine 2014) sedici poeti, alcuni scomparsi da pochi anni, altri viventi e appartenenti a differenti generazioni, con l’intento di “restituire un’immagine significativa della poesia nei dialetti veneti nel periodo di transizione fra XX e XXI secolo”. Dopo un breve ma incisivo excursus lungo le linee tracciate dai “numi tutelari”  Marin, Noventa, Giotti e Zanzotto, i curatori esplicitano la finalità di un’indagine critica tesa a far emergere anche il senso etico racchiuso nel discorso estetico-letterario, attraverso autori che “rappresentano in concreto i custodi di valori condivisi che non risultano affatto elitari ed al tempo stesso appaiono solidi ed universali, l’unico humus su cui si dovrebbe cominciare a ricostruire per davvero un Paese lacerato come il nostro”.  I poeti presentati sono: Bandini, Calzavara, Casagrande, Cecchinel, Franzin, Longega, Pascutto, Tomiolo (curati da Matteo Vercesi) e Bressan, Caniato, Della Corte, Minetto, Munaro, Noro, Rebellato, Zanotto (a cura di Maurizio Casagrande).
 
Poiché ogni antologia implica una scelta, è il termine “altro” (Veneto) a indicare l’orientamento seguito: innanzi tutto l’obiettivo, pur nello spazio esiguo, di fornire una mappa dei percorsi seguiti  da ogni autore, indicando temi dominanti,  differenze e affinità con altri scrittori, possibili interpretazioni. E senza trascurare il rapporto che ciascun poeta intrattiene con la lingua scelta e che lo contraddistingue, in riferimento allo stile e alla “tempra, come al vissuto”. Poiché diversi poeti, tra quelli selezionati, hanno scritto in italiano e in dialetto, risulta molto interessante l’analisi dei legami e delle contrapposizioni tra i codici e i registri usati, ricondotti a quel substrato espressivo che trova le sue origini (individuali o sociali, oggettive o inconsce...) in un ambito localmente delimitato ma in grado di instaurare profonde connessioni con altre realtà culturali, non solo nazionali. La scelta di presentare, per questi autori, testi in dialetto e in lingua, fa finalmente cadere l’artificioso ma persistente steccato che tanta critica ha costruito negli anni tra le due scritture poetiche.
 
Arduo citare le differenti tematiche toccate dai vari autori: predominano l’ambiente e il territorio, i cambiamenti geografici e antropici, sempre più spesso tendenti a uno sgretolamento fisico e umano. L’attenzione al paesaggio sembra essere un tratto peculiare dei  poeti veneti, non a caso alcuni sono (stati) anche pittori. Tuttavia “il ventaglio degli argomenti si apre a 360 gradi spaziando dalla ricerca dell’identità al canto della marginalità, dalla grande storia al quotidiano che sempre la incrocia (...), dall’epos al metalinguaggio”. Anche sul versante più strettamente linguistico, sono molteplici le direzioni seguite:  in Calzavara “la dialettalità si confronta con la modernità”, attraverso la sperimentazione, la ricerca formale, un plurilinguismo che dischiude “un orizzonte multidimensionale dove l’uomo ha inevitabilmente perduto il proprio baricentro”. L’attenzione per le lingue minori o morte, unita alla passione civile e a quella per la storia, conduce invece Caniato  “a creare rappresentazioni dal respiro corale che hanno trovato spesso il loro esito più naturale sulla scena teatrale”.
 
Se per Bandini, poeta trilingue, “la lingua della poesia non può che essere lingua archeologica” e il dialetto consente di accedere ad un mondo dimenticato che “dorme nel fondo” della coscienza; con Bressan ci si trova di fronte ad un  poeta  “che non rinuncia al pensiero e che parte quasi sempre dalla problematicità dell’esistenza traendo materia di canto dalla precarietà congenita che distingue la natura umana”. In Cecchinel le parole ruvide della sua terra si fanno “medium tra il mondo dei vivi e quello dei morti”, segni “di una sofferenza che conduce alla disgregazione delle relazioni intersoggettive (lungo i versanti ‘uomo-comunità’ e ‘uomo-natura’)”, ma che sa recuperare in fondo all’abisso “l’autentico volto della pietas”. In Tomiolo, poeta-pittore, “l’idioletto lagunare è formulato su un dettato dolce e rattenuto, teso ad esprimere il senso di stupore e di meraviglia suscitato dal continuo ricomporsi del cosmo”, mentre in Franzin (cantore dell’anti-epopea di tutta una società vittima della crisi economica e umana del modello di sviluppo del Nord-Est), la parola appare “livellata a tal punto da giungere ad un grado zero del parlato”, tutta protesa a dare letteralmente ‘voce’ agli ultimi.
 
Sono solo alcuni esempi di come i due curatori Casagrande e Vercesi riescano a tracciare, con tratti rapidi ma incisivi, l’ampio panorama della poesia di un ‘altro Veneto’. Non è qui possibile dare conto di tutti gli elementi tematici e stilistici evidenziati in autori capaci di scandagliare a fondo la realtà, muovendosi tra una società ormai scomparsa – ma che è stata conosciuta e vissuta – e una modernità sempre più massificante, da un lato, e lacerata e individualistica dall’altro. Lo stesso mescolarsi di linee riguarda il tempo: un’intima adesione al passato – e ad un mondo di affetti e valori ormai trascorso, se non definitivamente perduto  –  si interseca con l’attualità osservata nelle sue frante sfaccettature. E negli snodi traspare come in filigrana l’esigenza di nuovi rapporti, aspirazioni, utopie.
 
Di fronte a questa variegata trama di scritture poetiche, che hanno fatto di una realtà regionale il punto di appoggio per una più articolata prospettiva sul mondo, sorge spontaneo chiedersi se non sia proprio la poesia – in dialetto e non solo – la più adatta a cogliere e ad esprimere la babelica complessità contemporanea.
 
Nelvia Di Monte