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Profilo della Letteratura piemontese contemporaneadi Dario Pasero Per inquadrare la nuova poesia contemporanea in piemontese, escludendone i molti banali ripetitori di temi tradizionalmente stucchevoli e manierati, se anche non vogliamo retrocedere fino ai grandi nomi della rinascita poetica piemontese della prima metà del secolo XX, e cioè almeno quelli di Nino Costa, Giuseppe Pacotto (Pinin Pacòt), Luigi Olivero e Alfredo Nicola (gli ultimi due dei quali sono stati comunque attivi fin quasi alla fine degli anni Novanta), bisogna quantomeno risalire all’opera di Antonio Bodrero (Barba Tòni Bodrìe; 1921-1999), Gustavo Buratti (Tavo Burat; 1932-2009) e Bianca Dorato (1933-2007).[1] Senza di questi tre grandissimi poeti, infatti, la poesia piemontese attuale non sarebbe probabilmente riuscita ad esprimersi ai livelli, e con i contenuti, a cui è giunta.
La poesia piemontese contemporanea, dunque, presenta un ventaglio di scrittori di primissimo livello (alcuni, seppur pochi, noti anche a livello nazionale), che, oltre alla lingua regionale sovra-dialettale (la cosiddetta koinè, formatasi a partire dal secondo Settecento sulla base del torinese, prima quello di corte poi della borghesia), rappresentano pressoché quasi tutte le varianti locali della lingua piemontese.
È proprio dunque seguendo questo schema “geografico” che vedremo di illustrare i principali poeti piemontesi attuali: partendo dagli scrittori in koinè per passare poi alle sub-regioni storiche del territorio regionale (da ovest ad est e da nord a sud): Canavese, Biella e Valsesia, Vercelli, Verbano ed Ossola, Novara, Monferrato, Alessandria, Langhe e Roero, Mondovì, Cuneo.
Cominciamo dunque il nostro viaggio nella poesia piemontese contemporanea dagli scrittori in koinè, la lingua piemontese letteraria che ancora oggi molti – purtroppo – identificano tout court col torinese (anche se è pur vero che la base della koinè è all’80% torinese): che essa non sia in assoluto il “torinese” lo dimostra il fatto che molti poeti (ed anche alcuni di quelli che citeremo), pur non essendo torinesi e neppure a Torino vivendo, usano questa forma linguistica (che è pure dell’uso parlato sovra-dialettale) per i loro componimenti.
Tra i meno giovani poeti in koinè piemontese ci piace ricordare i due ultimi discepoli viventi di Pinin Pacòt, cioè Camillo Brero (1926) e Giovanni Morello (1928), entrambi collaboratori in gioventù della rivista pacottiana «Ij Brandé, giornal ëd poesìa piemontèisa» (1946-1957), dalle cui pagine si allargò a tutta la regione la “rivoluzione” poetica di Pinin Pacòt.[2] Dei due Brero è quello che, oltre all’eredità poetica, ha ricevuto da Pacòt anche il testimone dell’attività culturale (linguistica e letteraria), che si è concretizzata in particolare nella Gramatica piemontèisa (1967), nel Vocabolario (italiano-piemontese, del 1976, e piemontese-italiano, del 1982) e nella Storia della letteratura piemontese (in 3 volumi; 1981-83), opera meritoria al suo apparire, ma oramai alquanto datata e poco aggiornata. Per venire al campo più squisitamente poetico, Brero si segnala per una poesia che fa della tradizione (specie quella religiosa) della gente di Piemonte il suo epicentro, in composizioni sempre originali (pur nel solco della tradizione) dal punto di vista metrico, che però negli ultimi tempi, oltre a farsi sempre più rade, si accentuano, pur in una visione saldamente cristiana, nel segno della malinconia e del pessimismo; nelle poesie di Morello troviamo invece, oltre ad una forma più immediata, agile e scorrevole, un’attenzione non banale ai temi della scoperta del male (e del bene) della vita, vissuta sempre con partecipazione e – direi – con godimento; Morello, inoltre, appassionato di pesca e di mare, ha saputo dare alla poesia piemontese una dimensione originale (con un lessico altrettanto originale): quella dell’acqua e del mare, delle onde e degli esseri acquei.
Anche se non conobbe personalmente Pacòt e se il suo approdo alla poesia ed alla cultura piemontese data solamente agli anni Settanta del secolo scorso, a questa generazione di poeti possiamo anche assegnare Vincenzo (Censin) Pich. Autore sia di prosa che di poesia, ha purtroppo ultimamente diradato la sua produzione, che resta tuttora segnata da Sapej, raccolta di prose del 1997, e da Për ël Piemont e ’l mond e d’àutri mond (poesie) del 2002. La sua produzione si muove tra ricordi e immagini femminili, evanescenti e sensibili, spesso collocate su scenari tipicamente piemontesi (ma non solo: pensiamo, per esempio, ai testi dedicati ai viaggi nelle Fiandre ed in Germania) sia di campagna che cittadini.
Altri esponenti della poesia in koinè sono un gruppo di poeti uniti sia dalla cifra generazionale (tutti sono nati infatti tra gli anni Quaranta e i Cinquanta del secolo scorso) sia dalla comune origine torinese: Anita Giraudi, pur nata in Liguria e vivente attualmente in Canada, è la prima di questa sezione, poetessa intellettualmente raffinata e rappresentante di una sorta di trobar clus contemporaneo, i suoi testi rimandano spesso a miti e leggende della cultura occidentale, non senza una visione psicanalitica che ci porta talora sulla soglia (ma senza oltrepassarla…) della visionarietà; Albina Malerba, direttrice del «Centro studi piemontesi» di Torino, ha purtroppo abbandonato da qualche anno la poesia, lasciandoci solamente la raccolta Ël meisin (1983), che raccoglie testi in cui le suggestioni degli scrittori italo-piemontesi del ’900, da Pavese a Primo Levi da Fenoglio ad Arpino, sono evidenti pur nella originalità della scrittura. Dario Pasero e Giuseppe Goria sono forse i due scrittori tra loro più affini, pur nella diversità dei temi e dei risultati: entrambi condividono, infatti, la scelta della scrittura poetica come “incontro-scontro” tra arte e filosofia e tra razionalità e follia, oltre alla convinzione che il testo poetico sia come un tessuto di suoni e parole che si traduce spesso in un moderno trobar clus; inoltre la visionarietà, il mito (classico e pagano), l’allucinazione e la profeticità della poesia. A questo gruppo possiamo aggiungere, per affinità di ideali e di scelte metriche e formali, anche Umberto Gillio, scrittore in koinè pur se originario di Ivrea, che si è affacciato da pochissimo alla scena poetica piemontese.
Visto che abbiamo parlato di Ivrea, restiamo in Canavese (la sub-regione a nord di Torino, ai confini con la Valle d’Aosta) e vediamo la figura di Caterina Menaldino, poetessa popolare, una degli ultimi esponenti di una forma di poesia che affonda le sue radici almeno nel secolo XVII (periodo in cui ne abbiamo le prime testimonianze scritte), cioè il cosiddetto Tòni, ballata popolare in quartine che tratta in forma satirica argomenti di attualità (politica, sociale, di costume…), con tono quotidiano e lessico talora basso, utilizzando oltretutto la Menaldino la parlata della sua borgata (la frazione Cerone di Strambino).
Procedendo ora verso nord-est incontriamo Biella, le sue vallate, e la Valsesia, territorio che è stato luogo specifico di “missione” per il biellese Gustavo Buratti, di cui abbiamo parlato sopra. Infatti quasi tutti i poeti biellesi e valsesiani d’oggi sono debitori di Buratti sia per la decisione di usare in poesia la loro parlata locale (qualcuno, ma più raramente, anche la koinè) sia per la scelta di argomenti elevati e non “dialettali” nell’accezione meno favorevole del termine.
Ricordiamo dunque Nedo Bocchio Chiavetto e Maria Rita Nobili, valsesiani, e Maria Pia Coda Forno, biellese, autrice valente anche in prosa e ricercatrice di favole e leggende popolari.
Scendendo verso il corso del Po, incontriamo la pianura vercellese, che non ci dà poeti di valore, ad eccezione di Valerio Rollone, di Livorno Ferraris, che ha scelto comunque di esprimersi anch’egli in koinè (pur con qualche inserzione locale, specie per quanto riguarda il lessico della risaia) e che, per vicinanza generazionale e comunanza di stile e temi, può essere accostato al gruppo dei “torinesi” di cui abbiamo parlato poc’anzi, i quali, avendo iniziato praticamente tutti a poetare nei primi anni Ottanta del secolo scorso, sono stati definiti anche la “generazione dei trentenni”.
Più complessa la questione relativa ai poeti delle due province “lombardizzanti”, cioè il Verbano-Cusio-Ossola ed il Novarese. Complessa già per la vexata quaestio linguistica: se cioè le parlate sia della parte settentrionale (lago Maggiore, lago d’Orta e valdossola) sia di quella meridionale (Novara e campagna) siano da considerarsi piemontesi (seppur con influssi lombardi) o non lombarde (seppur con influssi piemontesi). Lasciando ora da parte le questioni linguistiche, c’è comunque da dire che le differenze, certamente molte e profonde con la koinè, non hanno aiutato (e ancora non aiutano) la piena accettazione dei poeti delle zone orientali nel quadro generale della poesia piemontese, con accuse, da una parte, di “colonialismo Torino-centrico” e, dall’altra, di eccessivo “filo-lombardismo”.
Abbiamo però da segnalare almeno tre poeti di rilevanza regionale: il Nivod del Cavagnat (nessuno sa chi si celi dietro questo pseudonimo) di Omegna e Giorgio Rava di Crusinallo, località entrambe sulle sponde del lago d’Orta, le cui poesie si poggiano spesso su immagini naturalistiche, di una natura così malinconicamente felice, o sull’introspezione e lo scavo dentro l’essenza dell’uomo, specie per il Nivod. Il terzo nome è quello della novarese Anna Maria Balossini, in cui il tema del destino dell’individuo si declina talora con immagini desunte dalla religiosità intellettuale del filosofo.
Andando nuovamente verso sud incontriamo Alessandria e il Monferrato, due terre in cui, specie nella prima di esse, vale nuovamente il discorso relativo alla diversità della parlata nei confronti della koinè, anche se qui in modo meno marcato che non nel novarese, poiché le tracce di parlate di altre regioni sono certamente minori e solo di importazione. Anche ad Alessandria, certo, si hanno tracce di un non sempre malcelato anti-torinesismo, che si traduce (e non c’è assolutamente nulla di male, anzi) nell’orgoglio ad usare la propria parlata locale per fare poesia. Questa scelta, che anche qui è recente, se vogliamo inquadrarla nella decisione di produrre testi poetici non facilmente e banalmente popolari (come erano fino ancora a qualche decennio orsono le imitazioni delle bosinà carnevalesche), caratterizza poeti come gli alessandrini Ginevra Bocchio (della città) e Domenico Bisio (di Fresonara) ed i monferrini Lorenzo Magrassi, di Villalvernia, e Teresio Malpassuto, di Murisengo.
Chiudiamo ora il cerchio, torniamo nuovamente ad ovest e verso Torino e troviamo quello che per molti studiosi è lo “zoccolo duro” della lingua e della cultura piemontese, la provincia di Cuneo o, come preferiscono chiamarla i cuneesi stessi, la (Provinsa) Granda (per la sua estensione, la maggiore della regione). In essa distinguiamo, sia linguisticamente che poeticamente, almeno tre parti, contigue e simili ma non uguali: le Langhe (ed i Roeri), il Monregalese, la pianura da Cuneo (verso nord) fino a Saluzzo e Pinerolo. Specie nella piana tra Cuneo e la provincia di Torino la lingua parlata è vicinissima alla koinè, mantenendo essa per di più, anche nell’uso vivo, tutta una serie di arcaismi, sia lessicali che morfologici, spesso ormai inusuali sia a Torino che nella lingua letteraria.
Tra la Langa e Mondovì si muovono alcuni giovani poeti, che sono Bruno Massimino (di Carrù), Gianfranca Prato ed Elisa Revelli Tomatis, anch’essa di Carrù ma residente a Cuneo, mentre esponente della poesia langarola, e in particolare nel culto per la campagna e la cupa visione disperata della vita testimoniata dall’abbandono della terra e dall’emigrazione, è l’albese Silvio Viberti.
Rimanendo invece più vicini a Mondovì ed alle Alpi Marittime incontriamo un gruppo di poeti che, pur di generazioni differenti, sono stati accomunati da Giovanni Tesio sotto la definizione di “gruppo di Mondovì”, vicini sia per gli aspetti linguistici (la parlata di Mondovì “sente” di Langa e talora di Liguria, senza essere né langarola né ligure) sia per le scelte strutturali e stilistiche (in genere si prediligono testi brevi e rarefatti) sia per gli argomenti trattati. Ricordiamo i più anziani Carlo Regis e Barbafiòre (nom de plume di Domenico Boetti), ed i più giovani Marita Bellino, Felicina Bonino Priola, Carlo Dardanello e Remigio Bertolino, forse lo scrittore più noto fuori dei confini piemontesi.
Tra Cuneo e Saluzzo si muovono poi Albino Barrel, cuneese residente ad Ivrea e valido poeta anche nel patois provenzale della sua valle di Stura, i saluzzesi Enrico Gullino e Candida Rabbia, anche valente pittrice, e il racconigese Antonio Tavella, che da qualche anno si è dedicato, sulle orme (sia linguistiche che d’argomento) del suo “maestro” Antonio Bodrero, ad illustrare poeticamente tutti i comuni piemontesi, con testi che legano realtà e leggenda, storia e fantasia in una sintesi poetica decisamente originale e con un lessico squisito e arcaicizzante, spesso di difficile interpretazione anche per molti piemontesi.
[1] Tra le opere di Bodrero ricordiamo: Val d’Inghildon (1974), Sust (1985) e Dal prim uch a l’aluch (postumo; 2000); di Buratti: Prusse mulinere (1960), Finagi (1979), Menhir (1992), Ciri vacior (2007) e l’edizione competa delle Poesie (2008); mentre della Dorato: Tzantelèina (1984), Passagi (1990), Drere ’d lus (1990), Fiòca e òr (1999), Travërsera (2003) e Signaj (2006).
[2] Giuseppe Pacotto (1899-1964), che si firmò poeticamente con la forma piemontesizzata Pinin Pacòt, grande ammiratore di Frédéric Mistral, compì per la lingua e la poesia piemontese ciò che il premio Nobel aveva compiuto qualche decennio prima per il provenzale: il riscatto di una lingua antica e poetica (i primi documenti di poesia piemontese sono del secolo XII), decaduta al rango di “dialetto”. Da lui, e dalla sua scuola (la «Companìa dij Brandé»), si fa partire la nuova poesia piemontese. Di Pacotto parlano già dell’Arco e Pasolini nella loro antologia della Poesia dialettale del Novecento (1952; rist. 1995). Bibliografia essenziale Poeti in piemontese del Novecento, a cura di G. Tesio e A.Malerba; Torino, 1990 Pcita antologìa dla poesìa piemontèisa dël Neuvsent, a cura di M. Pich; Ivrea, 1998
H. Natta, La poesia neodialettale in piemontese; Roma (Tesi di laurea), 2009
Anna Maria Balossini
Cüi ch’i védan, 2004; Lus e calisc, 2010
Albino Barrel
La chansoun dal bèal, 2005
Marita Bellino
Segn e paròle, 1982; Paròle dosse, 1985; Ij barbis dij gat, 1997
Remigio Bertolino
Mia mare, 1976; Ij lumin, 1984; L’eva d’ënvern, 1986; A gatipola dël nivole, 1987; Sbaluch, 1989; A lum ëd fiòca, 1995; Ij sègn dl’Apocalisse, 1998
Domenico Boetti [Barbafiòre]
Set-te lì parloma ’n pò, 1979; Na pentnà a l’ànima, 1984; Vita bela dësmora, 1985; Fosëtte, 1988; Lòsne e tron, 1989; Ël gust ëd na vita, 1991; Gòj, 1993; Piccola Bibbia, 1996; Viragalèt, 1997
Felicina Bonino Priola
Tamp arbris, 1987
Camillo Brero
Spluve, 1949; Stèile… steilin-e, 1957; Breviari dl’ànima, 1962 (1969, 1977, 1995); L’ànima mia as anandia, 1967; Bin a la tèra e l’àutra bin, 1977; …Ma ’l sol doman a ven!, 1986; …E a l’é torna l’alba, 1992; An brass al sol, 1996
Carlo Dardanello
Ël sapel d’Artaban, 1993
Anita Giraudi
Lilit, 2003
Giuseppe Goria
Serman e poesìe, 2000 (20072)
Enrico Gullino
Nebie e lun-e, 2001
Lorenzo Magrassi
Cheur e pais, 1997
Albina Malerba
Ël meisin, 1983
Teresio Malpassuto
Nivuli. 2004; Làder da stèlji, 2007
Bruno Massimino
Àngel dij sògn, 2008
Giovanni Morello
La tèra ancantà, 1991; Eva, 2001; Cél, 2011
Dario Pasero
An sla crësta dl’ombra, 2002; Masche Tropié Bërgamin-e e Spa, 2006
Vincenzo Pich
Për ël Piemont e ’l mond e d’àutri mond, 2002
Candida Rabbia
Andasand, 2004; Poemontèisa, 2009
Carlo Regis
Mia gent, mie montagne, 1971; Ël ni dl’ajassa, 1980
Valerio Rollone
An col moment, 2008
Antonio Tavella
Pais dël Piemont, 2004; Për la Granda, 2010
Silvio Viberti
Langa, mia patria cita, 2005
pubblicato il 19-11-2011 |
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