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Maria Lanciotti: quasi un passo di tangoUna nota di Rodolfo Carelli sulla raccolta "Ricominciare da qui” Ricominciare da qui (Edizioni Controluce, Monte Compatri - Roma, 2011, euro 12,00) è l’ultima raccolta poetica di Maria Lanciotti. Maria Lanciotti predilige lo stile minimale che le consente di raccontare la vita nei suoi aspetti più veritieri, convinta della necessità e bellezza stilistica di certa letteratura. Allo stesso tempo le piace anche misurarsi con le incognite che i “boschi narrativi” riservano, seguendo un percorso costante di ricerca e sperimentazione di contenuti e di linguaggio. Ed ecco una Nota sulla raccolta poetica di Rofolfo Carelli, parlamentare e poeta, Premio Viareggio opera prima 1974, fondatore e presidente del Premio di poesia Circe Sabaudia ed alcune poesie. Quasi un passo di tango Già dal titolo Ricominciare da qui, la raccolta di Maria Lanciotti traduce visivamente la poetica dell’autrice, l’intento di starci accanto, presenza discreta ed inquietante (l’inquietudine di Agostino) che ci accompagna nel nostro cammino e nei momenti più alti, tutt’uno con noi. Combaciano “i passi” i movimenti dell’anima che ne scandiscono il ritmo segreto. La diresti una poesia ripiegata su se stessa ma poi ti accorgi che si lascia alle spalle qualunque forma di intimismo narcisistico (una tentazione ricorrente) per fare da specchio ad una vicenda più grande di quella personale, perseguita con lucida determinazione: “Ti prenderò ne puoi stare certo/ se non in questa vita in qualche altra”. La meta desiderata, manco a dirlo, è l’amore che “move il sole e l’altre stelle” raffigurato nel suo rapinoso movimento in una giostra, dal moto non uniforme, con improvvise accelerazioni e ritorni, quasi un passo di tango, che ti porta dove vuole, tenendoti sempre avvinto: “Così e la giostra del bastardo amore/ che avanza indietreggia e non perdona”. Ma già quei quattro versi “Ti piace il bianco metallo…” si erano incaricati in premessa di raffigurare la condizione ricorrente dell’ “homo homini lupus” con un fermo e tagliente giudizio morale “ma non tagli mai pane…”. Sì, perché nel “bianco metallo”, fioretto o pugnale che sia, chi non vi legge l’incantesimo delle nuove tecnologie, il delirio d’onnipotenza dell’uomo contemporaneo? Il pensiero si sofferma sull’enorme potenziale bellico che potrebbe essere riconvertito in aratri per far fruttare la terra e debellare la fame nel mondo, conversione esemplarmente rappresentata dal gesto del “tagliar pane”. Sollecitazioni che pervengono al lettore attento, partecipe, con la stessa forza evocativa di un sasso lanciato nello stagno della nostra quotidianità, sasso capace di allargarsi in centri concentrici e di smuovere tutta la superficie fino a rendere intollerabili le anguste sponde del vivere quotidiano, subite più per prigionia che per necessità. E così in “Lucciole” la disperata condizione umana di tante tragedie personali e collettive: “Si spegneva/ la lucciola tra i sassi” col senso diffuso e profondo della nostra impotenza a farvi fronte sicché “giungeva in ritardo la riposta frenetica d’amore”. Più che volere, sono stato costretto ad indugiare sulle emozioni e riflessioni suscitate da taluni versi per invitare il lettore a fare altrettanto, a farsi coinvolgere centellinando i versi, senza aver fretta (il libro non scappa) lasciando che lavorino dentro. A volte potrebbe sembrare un messaggio disperato se non risorgesse puntualmente la speranza, quella Paolina della “spes contra spem”, esemplarmente e poeticamente espressa nell’immagine che ce ne dà Maria: “Poi ho visto il bucaneve/ spuntare dalla crepa di ghiaccio…”. Rodolfo Carelli
Seduto su un fusto
27 settembre 2011 |
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