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Il 10 febbraio 2011 un omaggio ad Assunta FiniguerraLa poetessa lucana sarą ricordata da Antonio Coppola, Roberto Pagan, Merys Rizzo e Rosangela Zoppi L’Associazione “Rosella Mancini cenacolo di Roma” organizza giovedì 10 febbraio 2011 ore 16,30 presso la Biblioteca Vallicelliana - Piazza della Chiesa Nuova , 18 a Roma un Omaggio ad Assunta Finiguerra, la poetessa lucana scomparsa nel 2009. Assunta Finiguerra (San Fele, Potenza, 1946-2009), è autrice di altri quattro libri di poesie, il primo in lingua italiana, gli altri tre in dialetto sanfelese, e di una "interpretazione" delle avventure di Pinocchio in dialetto. Le sue raccolte sono: Se avrò il coraggio del sole (Basiliskos, 1995); Puozze Arrabbià (La Vallisa, 1999); Rescidde (Zone Editrice, 2001); Solije (Zone Editrice 2003); Scurije (LietoColle 2005). Ha vinto alcuni premi tra cui il "Giuseppe Jovine" e il "Premio Pascoli". Sue poesie sono state pubblicate sulle riviste Periferie, Gradiva, Lunarionuovo, Pagine, Poesia ed altre. Franco Loi l'ha inclusa nella sua antologia Nuovi Poeti Italiani (Einaudi). Il libro su Pinocchio è stato pubblicato con il titolo Tunnicchje (LietoColle, 2008). Per ricordarla, ecco alcune note sulla sua poesia di Ottavio Rossani. Oje vita vita vite pecché me sfusce Questi versi, tratti dall'ultima raccolta di poesie Scurije (l'autrice lo traduce Tenebra - LietoColle, 2007), riassumono bene l'atteggiamento di Assunta Finiguerra davanti alla morte. La morte è stato uno dei motivi che le hanno suggerito versi taglienti. Le voci del suo dizionario personale sono moltissime. Tra le altre: amore, terra, angelo, bocca, dialetto. In un'altra poesia dello stesso libro, ha scritto: Voglie murì a ccalate de sole E si augurava, in questa poesia, di poter morire senza che alcuno potesse vederla nella situazione di agonizzante. Ma la morte, e il pensiero della morte, è stato sempre il risvolto dell'altro tema reale e metaforico che l'ha inseguita sempre: l'amore. Ha scritto: Ca nu juorne t'aggia preferite a morte Il tema che comunque ha coperto e chiarito tutti gli altri è stato il "dolore". Il tormento di non aver potuto studiare, perché il padre l'ha costretta ad abbandonare la scuola dopo la quinta elementare. Lei poi ha preso il diploma di terza media studiando da sola. La sofferenza quindi l'ha accompagnata per tutta la vita.Ad essa ha reagito sempre con "istinto di guerriera". E la poesia è stata - ha detto - "la mia salvezza". Nel senso che in qualche modo l'ha riconciliata con la vita, per la quale - ha scritto - ha sempre avuto un attaccamento fortissimo, al di là di ogni tormento. Le espressioni forti e spesso crudeli della sua reazione intesa come ribellione al destino, di cui attribuiva la responsabilità a Dio (al quale rivolse un'invettiva, dicendo che avrebbe voluto fargli vivere ciò che patisce l'uomo sulla terra), alla fine sono diventati una specie di esorcismi contro ogni tentazione di chiudere in anticipo l'esperienza esistenziale. M'aggia appecà a l'albere de giude |
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